martedì 18 ottobre 2011

Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio Libro XI° (11/20)

Libro XI°

Ciro pone fine alla cattività babilonese
Libro XI:1 - I, I. - Nel primo anno del regno di Ciro (era il settecentesimo anno dacché il nostro popolo era stato costretto a emigrare dalle proprie case in Babilonia) Dio ebbe compassione dello stato di schiavitù e della sfortuna di quegli infelici; come Egli aveva predetto loro per mezzo del profeta Geremia, prima della distruzione della Città,
Libro XI:2 che dopo che avessero servito Nebukadnezzar e i suoi successori e sopportato questa servitù per settant'anni, Egli li avrebbe riportati nella terra dei loro padri, ed essi avrebbero ricostruito il tempio e avrebbero goduto dell'antica prosperità, Egli concesse loro la promessa.
Libro XI:3 Egli scosse il cuore di Ciro e fece sì che scrivesse a tutta l'Asia: “Il re Ciro, dice così. Da quando il Dio Altissimo mi designò re del mondo abitato, io sono persuaso che Egli è il dio venerato dalla nazione israelita;
Libro XI:4 preannunciò, infatti, il mio nome per mezzo dei profeti e (preannunciò) che io avrei edificato il Suo tempio in Gerusalemme nella regione della Giudea”.
Ciro legge le profezie di Isaia
Libro XI:5 - 2. Ciro seppe queste cose leggendo il libro profetico lasciato da Isaia duecento e dieci anni prima; questo profeta disse, infatti, che Dio gli aveva segretamente confidato: “E’ mio volere che Ciro, che Io ho designato re di molte grandi nazioni, mandi il mio popolo nella sua terra ed edifichi il mio tempio”.
Libro XI:6 Queste cose Isaia le predisse centoquarant'anni prima che il tempio fosse distrutto. Nel leggere tali cose, Ciro prima si stupì della divina potenza, poi fu preso da un forte desiderio e dall'ambizione di fare quanto era stato scritto: e, convocati i Giudei più distinti tra i residenti in Babilonia, disse loro che acconsentiva che se ne andassero nella loro patria e ricostruissero sia la città di Gerusalemme sia il tempio di Dio;
Libro XI:7 perché, disse, egli sarebbe stato loro alleato ed egli stesso avrebbe scritto ai propri governatori e satrapi che erano nei pressi della loro regione
affinché offrissero contributi in oro e argento per la ricostruzione del tempio; inoltre, aggiunse, anche bestiame per i sacrifici.
Partenza dei capi di Giuda, di Beniamino,
dei Leviti, dei sacerdoti
Libro XI:8 - 3. Quando Ciro comunicò agli Israeliti queste sue intenzioni, i capi delle due tribù di Giuda e Beniamino, i Leviti e i sacerdoti partirono per Gerusalemme; molti però rimasero in Babilonia, non volendo abbandonare le loro proprietà.
Libro XI:9 All'arrivo degli Israeliti tutti gli amici del re prestarono loro aiuto e contribuirono alla costruzione del tempio, alcuni offrendo oro, altri argento ed altri ancora un grande numero di bestiame e di cavalli. Così essi sciolsero i voti fatti a Dio e offrirono sacrifici conforme all'antica consuetudine, come se essi avessero da ricostruire la loro Città, e da far rivivere l'antica forma di religione.
Libro XI:10 Allora Ciro mandò loro il vasellame di Dio, che Nebukadnezzar aveva preso dal tempio come bottino, e trasportato a Babilonia; diede questo (vasellame) al suo tesoriere Mithridate, ordinandogli di darlo ad Abassaro affinché lo custodisse fino alla
Libro XI:11 ricostruzione del tempio, e, dopo la ricostruzione, lo consegnasse ai sacerdoti e ai capi del popolo perché lo deponessero nel tempio.
Lettera di Ciro ai satrapi di Siria
Libro XI:12 Ciro inviò una lettera ai satrapi della Siria, che diceva così: “Il re Ciro a Sisine e Sarabasane, salute: ai Giudei che abitano nella mia regione, ho dato il permesso, se così vogliono, di ritornare nella loro terra natia, di riedificare la Città e di ricostruire il tempio di Dio in Gerusalemme nello stesso luogo nel quale stava prima.
Libro XI:13 Ho inviato là il mio tesoriere Mithridate e Zorobabele, principe dei Giudei, per gettare le fondamenta del tempio e riedificarlo a un'altezza e larghezza di sessanta cubiti; abbia mura di tre ordini di pietra levigata e uno di legno di quella regione, e ancora un altare sul quale possono innalzare sacrifici a Dio.
Libro XI:14 Le spese a ciò necessarie voglio che si detraggano dal mio tesoro. Ho anche inviato il vasellame che il re Nebukadnezzar asportò dal tempio come bottino, e lo consegnai al mio tesoriere Mithridate, e a Zorobabele, principe dei Giudei affinché lo portino a Gerusalemme e lo pongano nuovamente nel tempio di Dio.
Vasellame del tempio asportato da
Nebukadnezzar
Libro XI:15 Il loro (dei vasi) numero è come segue: cinquanta refrigeratori d'oro e quattrocento d'argento, cinquanta coppe Therickia d'oro e quattrocento d'argento, cinquanta giare d'oro e cinquecento d'argento, quaranta tazze d'oro per libagioni e trecento d'argento, trenta calici d'oro e duemilaquattrocento d'argento, e mille altri grandi vasi.
Libro XI:16 Concedo loro le rendite di cui godevano i loro antenati in bestiame, vino e olio per duecentocinquemilacinquecento dracme e ventimilacinquecento artabe di fior di farina. Ordino che questo sia detratto dal tributo della Samaria.
Libro XI:17 I sacerdoti offriranno questi sacrifici in Gerusalemme conforme alle leggi di Mosè e, quando li offrono, pregheranno Dio per la salute del re e della sua famiglia, e affinché il regno dei Persiani duri a lungo. E’ mio volere che coloro che disobbediscono a questi ordini o li giudicano vani, siano crocifissi e le loro proprietà diventino proprietà del re”.
Libro XI:18 Questo era il contenuto della lettera.
Il numero di coloro che dalla terra di cattività vennero a Gerusalemme, era di quarantaduemilaquattrocentosessantadue.
I Samaritani contro i Giudei
Libro XI:19 - II, I. - Mentre erano impegnati a gettare le fondamenta del tempio e totalmente intenti alla fabbrica, le nazioni circostanti, e in special modo i Chuthei che il re assiro Salmanasse aveva trasferito dalla Persia e dalla Media e installati in Samaria, allorché deportò il popolo degli Israeliti, aizzavano satrapi e governatori affinché ostacolassero i Giudei nella ricostruzione della Città e nell'edificazione del tempio;
Libro XI:20 fu così che, corrotti dal loro denaro, vendettero i loro servizi ai Chuthei dimostrando negligenza e indifferenza verso i Giudei intenti alle
costruzioni. Ciro, occupato in diverse guerre, ignorava queste cose, e avvenne che morì non appena fatta la guerra contro i Massageti.
Lettera a Cambise
Libro XI:21 Il potere regio passò a suo figlio Cambise, ma la popolazione di Siria, Fenicia, Amman, Moab e Samaria scrisse una lettera a Cambise, che diceva così:
Libro XI:22 “Al nostro sovrano, dai tuoi servi Rathimo, che scrive tutte le cose che accadono, da Semelio, lo scriba e dai giudici del consiglio della Siria e della Fenicia. E’ necessario, o re, che tu conosca come i Giudei che furono stati trasportati in Babilonia, giunti nella nostra terra, stanno ricostruendo la loro Città rivoltosa e ribelle e le sue piazze, stanno riparando le mura ed elevando un tempio.
Libro XI:23 Sappi, dunque, o re, che se vengono a capo di tutto questo, non acconsentiranno più a pagarti il tributo e non ti obbediranno più, ma si contrapporranno ai re e cercheranno di comandare piuttosto che obbedire.
Libro XI:24 Mentre, dunque, stanno lavorando al tempio e procedono con zelo, abbiamo giudicato necessario scriverti, o re, e non trascurare questi fatti, affinché tu possa esaminare i libri dei tuoi padri; in essi, infatti, troverai che i Giudei furono ribelli e nemici dei re, come la loro Città, che per tale motivo resta, finora, desolata.
Libro XI:25 Abbiamo creduto bene notificarti quanto, forse, ti è ignoto, cioè che qualora la Città fosse riedificata e munita delle sue mura, ti resterà chiusa la strada per la Cele-Siria e la Fenicia”.
Risposta di Cambise
Libro XI:26 - 2. Quando Cambise, la cui indole era cattiva, lesse la lettera, si adirò per il suo contenuto e scrisse come segue: “Così dice Cambise a Rathimo, il cancelliere per gli eventi, e Beelzemo e Semelio, lo scriba, e agli altri suoi colleghi residenti in Samaria e in Fenicia.
Libro XI:27 Letta la lettera che mi fu inviata da voi, disposi che fossero riordinate le memorie dei miei padri, e si trovò che quella Città fu sempre ostile
ai re e gli abitanti inclini a tumulti e guerre; e abbiamo appreso che i loro re, potenti e violenti, hanno gravato di imposte la Cele-Siria e la Fenicia.
Libro XI:28 Perciò, io ordino che ai Giudei non sia permesso di riedificare la Città, affinché non abbia motivo di crescere quella cattiveria che incessantemente li spinge contro i re”.
Libro XI:29 Quando Rathimo e Semelio, lo scriba, e i loro colleghi lessero la lettera, montarono subito a cavallo, e, accompagnati da un largo numero di gente, si affrettarono a Gerusalemme, e vietarono ai Giudei la ricostruzione della Città e del tempio.
Libro XI:30 E così queste opere si arrestarono per più di nove anni, fino al secondo anno del regno di Dario sulla Persia. Poiché Cambise, dopo sei anni di regno durante i quali conquistò l'Egitto, morì a Damasco, al ritorno di là.
Dario, Zorobabele e la grande festa
Libro XI:31 - III, I. - Uccisi i Magi che detennero il potere in Persia nell'anno che seguì la morte di Cambise, le cosiddette “sette famiglie” dei Persiani crearono re Dario, figlio di Hystarpe. Questi, mentre era ancora un privato cittadino, aveva fatto voto a Dio che, qualora fosse diventato re, avrebbe inviato tutto il vasellame di Dio, che era tuttora in Babilonia, al tempio di Gerusalemme.
Libro XI:32 Ora avvenne in quel tempo che Zorobabele, creato governatore dei Giudei prigionieri, da Gerusalemme dovette andare da Dario: c'era, infatti, una vecchia amicizia tra lui e il re; per tale motivo, essendo stato giudicato degno di un posto nella guardia del corpo del re, assieme ad altri due, fu lieto dell'onore al quale ambiva.
La grande festa di Dario
Libro XI:33 - 2. Nel primo anno di regno Dario diede uno splendido banchetto con grande ostentazione per la sua corte, per i nati nella sua casa, per i governatori della Media, i satrapi della Persia e i toparchi delle regioni dall'India all'Etiopia e per i generali di centoventisette satrapie.
Libro XI:34 Dopo aver banchettato a sazietà, quando furono pieni, partirono ognuno per la propria casa per dormire; il re Dario andò nel suo letto e, dopo
aver riposato una breve parte della notte, non potendo più ricuperare il sonno, si intrattenne con le sue tre guardie del corpo;
Libro XI:35 e a chi gli avrebbe dato la risposta più vera e più intelligente sul soggetto che egli avesse proposto, promise qual premio per la vittoria ottenuta, vestiti di porpora, bere con coppe d'oro, dormire su un letto d'oro, e un cocchio con briglia d'oro, il turbante di bisso, e un collare d'oro, e, inoltre, a motivo della sua sapienza, avrà il primo posto dopo il re, “e, disse ancora, costui sarà chiamato mio congiunto”.
Libro XI:36 Promessi loro questi regali, al primo domandò se il vino fosse la cosa più forte, al secondo se questo erano i re, al terzo se erano le donne, o se la verità era la cosa più forte di tutto.
Libro XI:37 Proposti al loro esame questi quesiti, tacque. Fattosi poi giorno, convocò i nobili, i satrapi e i toparchi della Persia e Media e, sedutosi nel luogo ove soleva pronunciare i giudizi, ordinò alle guardie del corpo che ognuno desse il suo parere sulle materie in questione, davanti a tutto il consesso.
Risposte agli interrogativi regi
Libro XI:38 - 3. Il primo iniziò a parlare del potere del vino enfatizzando così: “Signori, disse, quando giudico il potere del vino, trovo che sorpassa tutte le altre cose nel modo seguente;
Libro XI:39 svia e inganna coloro che ne bevono e fa sì che l'animo di un re diventi simile a quello di un orfano o a quello di uno che necessita di un tutore; e monta l'animo di uno schiavo ai sentimenti di un uomo libero, e rende quello di un povero simile a quello di uno ricco.
Libro XI:40 Poiché, una volta entrato in esse muta e trasforma le anime, smorza la malinconia di quanti ne sono colpiti e a quelli che sono gravati dai debiti offre l'oblio e li persuade di essere i più ricchi di tutti gli uomini così che più non si curano di piccole somme e parlano soltanto di talenti e di altri nomi familiari a quanti sono nella prosperità.
Libro XI:41 Poiché rende incoscienti sia i generali che i re, e toglie la memoria sia degli amici che dei congiunti; arma gli uomini anche contro gli amici più cari, e fa credere loro di essere persone più estranee di tutti gli altri.
Libro XI:42 Quando poi sono divenuti sobri e il vino li ha abbandonati, dopo il sonno di una notte, si alzano non ricordando più nulla di quanto fecero durante l'ubriachezza. Partendo da queste cose, io ho trovato che il vino è più forte e violento di ogni cosa”.
Libro XI:43 - 4. Quando il primo terminò di addurre le ragioni in favore della forza del vino, e pose termine al suo dire, iniziò a parlare il secondo intorno al potere del re, dimostrando che è più forte e più possente di ogni cosa che apparentemente ha forza e intelletto. E questa fu la linea della sua dimostrazione:
Libro XI:44 “Gli uomini hanno potere sopra ogni cosa, disse, costringendo la terra e il mare a servirli in tutto quello che essi vogliono; ma essi, a loro volta, sono comandati dai re, poiché costoro hanno l'autorità. Ora coloro che hanno dominio sui più forti e più potenti degli esseri viventi, dovranno per ciò stesso essere dotati di potere e forza insuperabili.
Libro XI:45 Certo, quando impongono guerra e danni ai loro sudditi, sono obbediti, e così quando li mandano contro il nemico, ricevono da essi obbedienza a motivo della loro forza: essi ordinano di livellare montagne, di abbattere mura e torri. Quando uomini ricevono l'ordine di essere uccisi o di uccidere, si sottomettono all'ordine affinché non appaia che trasgrediscono i comandi del re, e quando vincono le guerre è al re che portano le prede di guerra.
Libro XI:46 Anche coloro che non portano le armi, ma lavorano la terra con l'aratro, dopo lunghe fatiche e molti stenti per i lavori, possono finalmente mietere e raccogliere le rendite, e portano al re il loro tributo.
Libro XI:47 Quanto egli dice e comanda, viene eseguito necessariamente senza indugio. Inoltre, quando egli se ne va a dormire tutto tranquillo, dopo delizie e piaceri, se ne sta tranquillo, difeso dalle sue guardie che vegliano e stanno lì come incatenati dalla paura al loro posto;
Libro XI:48 affinché, mentre dorme, nessuno ardisca abbandonarlo né andarsene per i fatti propri, ma attende solo a questo nella fede che guardare il suo re sia l'unico compito che egli abbia. Come si potrebbe, dunque, supporre che il potere del re non sorpassi tutti gli altri quando, ai suoi comandi, obbedisce un così gran numero di uomini?”.
Libro XI:49 - 5. Quando tacque il secondo, Zorobabele, il terzo, iniziò il suo discorso sulle donne e la verità. Iniziò come segue: “Il vino e il re, al quale tutti
obbediscono, sono di certo molto forti, ma il potere delle donne è più forte di essi.
Libro XI:50 Perciocché fu la donna che diede alla luce il re, sono le donne che generano ed elevano coloro che piantano le vigne che produrranno il vino. In breve, non c'è nulla che non provenga da loro. Esse tessono i nostri vestiti, e sono esse che custodiscono e curano le faccende domestiche.
Libro XI:51 Ed è impossibile per noi vivere senza di esse: e, infatti, dopo l'acquisto di una grande quantità di oro e d'argento e di altre sostanze di gran valore e importanza, se vediamo una bella donna, lasciamo andare tutte queste cose non appena ci appare una persona del genere, l'ammiriamo a bocca aperta e siamo disposti a cedere i nostri beni pur di godere e avere parte della sua bellezza.
Libro XI:52 Lasciamo persino i nostri padri e madri, e la stessa terra che ci ha nutriti, spesso dimentichiamo i nostri migliori amici per amore delle donne, e abbiamo il coraggio di perdere la vita per esse. Di qui potete argomentare molto chiaramente quanta sia la forza delle donne:
Libro XI:53 dal fatto che tollerate e sopportate fatiche di ogni genere per terra, e per mare, e se da queste fatiche guadagnamo qualche frutto, lo portiamo alle donne come nostre padrone e lo offriamo a loro.
Libro XI:54 Anche il re, che è signore di così tanti uomini, lo vidi talvolta schiaffeggiato dalla sua concubina Apame, figlia di Rabezako Themasio, sopportare che lei gli togliesse il diadema e se lo mettesse sulla propria testa, sorridere quando lei sorrideva, guardare serio quando lei era adirata, adulare la moglie secondo il mutare dei di lei sentimenti e tranquillizzarla quando gli accadeva di vederla scontenta, facendosi molto piccolo”.
Libro XI:55 - 6. Mentre satrapi e governatori si guardavano l'un l'altro, egli iniziò a parlare della verità, dicendo: “Ho mostrato quanto sia grande il potere delle donne, eppure sia esse che il re sono più deboli della verità. Poiché, sebbene la terra sia molto grande e i cieli siano alti e il sole veloce, ciononostante tutte queste cose si muovono secondo il volere di Dio, e, siccome Egli è verace e giusto, per lo stesso motivo dobbiamo credere che anche la verità è la cosa più forte e contro di essa non può prevalere alcuna ingiustizia.
Libro XI:56 Ma vi è di più: tutte le altre cose che hanno potere sono, per natura, mortali e di breve durata, la verità, invece, è immortale ed eterna; e non ci dà
bellezza, che col tempo sfiorisce, né ricchezza, che la fortuna ci può togliere, ma ciò che è giusto e legittimo, e da ciò tiene lungi l'ingiustizia, e la espone a pubblico scherno”.
Libro XI:57 - 7. Così Zorobabele terminò il suo discorso sulla verità, e l'assemblea lo applaudi come il migliore oratore asserendo che soltanto la verità ha un potere immutabile e inalterabile. E il re gli ingiunse di chiedere qualche altra cosa oltre quanto egli stesso aveva promesso, perché, disse, gliela avrebbe concessa, in quanto si era dimostrato più saggio e intelligente di tutti gli altri. “Tu, aggiunse, ti siederai vicino a me e sarai chiamato mio congiunto”.
Libro XI:58 Quando il re disse questo, Zorobabele gli ricordò il voto fatto qualora avesse ottenuto il trono; cioè la riedificazione di Gerusalemme, e quivi la ricostruzione del tempio di Dio, e la restituzione del vasellame asportato a Babilonia da Nebukadnezzar come bottino. “Questa, disse, è la domanda che tu ora mi hai concesso di farti, avendomi giudicato saggio e intelligente”.
Favori elargiti da Dario ai Giudei
Libro XI:59 - 8. Lieto per queste parole, il re si alzò e lo baciò; scrisse poi ai toparchi e ai satrapi ordinando loro di accompagnare Zorobabele e quanti sarebbero andati con lui per l'erezione del tempio.
Libro XI:60 Scrisse anche a quelli della Siria e della Fenicia ordinando di tagliare alberi di cedro del Libano e inviarli a Gerusalemme, e di aiutarlo nella ricostruzione della Città; ordinò inoltre che tutti i prigionieri che ritornavano in Giudea fossero liberi.
Libro XI:61 Vietò ai suoi procuratori e ai satrapi di richiedere dai Giudei qualsiasi servizio per il re, e concesse loro il permesso di vivere senza pagare il tributo su tutto quanto produceva la regione da essi occupata. Diede pure ordini che Idumei e Samaritani e quelli della Cele-Siria restituissero i villaggi che avevano preso dai Giudei e ora tenevano, e dessero in sovrappiù cinquanta talenti per l'edificazione del santuario;
Libro XI:62 concesse ancora che offrissero gli abituali sacrifici, permise che tutte le spese comprese quelle per le vesti sacre, con le quali il sommo sacerdote e i sacerdoti compiono i servizi divini, provenissero dal suo tesoro; ordinò che ai Leviti fossero consegnati gli strumenti con i quali cantassero le lodi di Dio,
Libro XI:63 provvide che alle guardie della Città e del tempio fosse assegnata una porzione di terra, e ogni anno una somma fissa di argento per le necessità della vita, ed anche che fosse inviato il vasellame del tempio. Tutto quello che Ciro, prima di lui, desiderava che fosse compiuto per la restaurazione del tempio, tutto questo Dario ratificò col suo editto.
Zorobabele annunzia ai Giudei i favori del re
Libro XI:64 - 9. Così, ottenuti dal re questi favori, Zorobabele uscì dal palazzo e, rivoltosi al cielo, prese a ringraziare Dio per la sapienza e per la vittoria ottenuta per mezzo di essa in presenza di Dario; perché, disse, io non avrei ottenuto tanto “se non avessi avuto a tuo favore, o Padrone”.
Libro XI:65 E così, avendo ringraziato Dio per i Suoi favori presenti e pregato affinché in futuro gli dimostrasse una uguale protezione benefica, venne in Babilonia e portò ai suoi connazionali le buone notizie provenienti dal re.
Libro XI:66 All'udire questo, essi rivolsero grazie a Dio che aveva restituito loro la terra dei padri; e iniziarono a bere e a fare festa e passarono sette giorni in tripudi e festeggiamenti per il ritorno e per la rinascita della terra nativa.
Libro XI:67 In seguito, dalle famiglie e tribù scelsero le guide che sarebbero andate a Gerusalemme con mogli e bambini e le bestie da soma, e costoro con la scorta inviata da Dario per condurli fino a Gerusalemme, iniziarono il loro viaggio con gioia e orgoglio al suono di arpe e flauti e il fragore dei cembali. Intrapresero il viaggio tra l'allegria della folla dei Giudei che lasciavano dietro di sé.
Numero dei ritornati a Gerusalemme
Libro XI:68 - 10. Essi partirono così: da ogni famiglia, un numero determinato. Io, però, ritenni che fosse meglio non dare una lista di nomi delle famiglie, per non distrarre l'attenzione dei miei lettori dalla concatenazione degli eventi rendendo difficile il racconto per coloro che mi seguono.
Libro XI:69 Tuttavia il numero totale di coloro che andarono dalle tribù di Giuda e Beniamino, e avevano almeno dodici anni di età, ammontava a ottomilaquattrocentosessantadue. Vi erano pure settantaquattro Leviti, e una moltitudine mista di donne e fanciulli che ammontava a quarantamilasettecentoquarantadue.
Libro XI:70 Oltre a questi vi erano centoventotto Leviti cantori, centodieci portatori, trecentonovantadue addetti al servizio del tempio, e ancora altri seicentocinquantadue che si dicevano Israeliti, ma non potevano provare la loro discendenza.
Libro XI:71 Alcuni sacerdoti erano stati espulsi dall'ufficio di sacerdoti avendo sposato donne delle quali ignoravano la discendenza, e non si trovava nelle genealogie dei Leviti e dei sacerdoti: di costoro ve n'erano circa cinquecentoventicinque.
Libro XI:72 Il numero dei servi che accompagnavano coloro che salivano a Gerusalemme era di settemilatrecentotrentasette, e vi erano duecentoquarantacinque uomini e donne cantori e cantatrici, quattrocentotrentacinque cammelli e cinquemilacinquecentoventicinque bestie da soma.
Libro XI:73 Guide della moltitudine qui menzionata erano Zorobabele, figlio di Salathiel, della tribù di Giuda, uno dei discendenti di Davide, e Gesù, figlio del sommo sacerdote Josedek. Oltre a questi, furono scelti dalla moltitudine Mardocheo e Serebaio come ufficiali, e costoro contribuirono con cento mine d'oro e cinquemila d'argento.
Libro XI:74 Così, dunque, i sacerdoti e i Leviti e una parte di tutto il popolo dei Giudei che si trovava in Babilonia, emigrarono in Gerusalemme, mentre il popolo restante si ritirò ognuno nel suo luogo natio.
Ricostruzione dell'altare e fondamenta del tempio
Libro XI:75 - IV, I. - Nel settimo mese dopo l'uscita da Babilonia, il sommo sacerdote Gesù e Zorobabele, il governatore, divulgarono e, non dimostrando nessuna mancanza di zelo, convocarono il popolo della regione a Gerusalemme;
Libro XI:76 edificarono un altare nel luogo ove era stato edificato prima, per potere offrire su di esso i consueti sacrifici a Dio, secondo la legge di Mosè. Ma facendo questo, incorsero nel malcontento delle nazioni circonvicine tutte ostili a loro.
Libro XI:77 In quel tempo celebrarono anche la festività dei Tabernacoli, nel modo ordinato dal legislatore; offrirono, poi, i cosiddetti sacrifici perpetui, e i
sacrifici dei sabati e di tutte le sacre festività; e quelli che avevano fatto voti, li scioglievano con sacrifici cominciando dal novilunio del settimo mese.
Libro XI:78 Iniziarono pure a edificare il tempio dando larghe somme di denaro ai tagliapietre e carpentieri, e le somme necessarie per il sostentamento degli operai che erano stati portati; e per i Sidoni era piacevole e facile portare giù legname di cedro del Libano, legare insieme i ceppi, assicurarli alle zattere e convogliarli al porto di Jope. Questo era già stato ordinato prima da Ciro, ma soltanto ora eseguito per ordine di Dario.
Ha termine la costruzione del secondo tempio
Libro XI:79 - 2. Nel secondo anno dopo il ritorno dei Giudei a Gerusalemme, nel secondo mese dal loro arrivo, ebbe inizio la costruzione del tempio; gettarono le fondamenta durante il novilunio del secondo mese del secondo anno, iniziarono a edificare su di esse e ne affidarono la cura dei lavori ai Leviti che avevano raggiunto l'età di vent'anni, e a Gesù, i suoi figli e fratelli, a Zadmielo, fratello di Giuda, figlio di Aminadab, e ai suoi figli.
Libro XI:80 A motivo della solerzia dimostrata da quelli ai quali l'opera era stata affidata, che lavorarono con tutto lo zelo possibile, il tempio fu terminato prima di quanto si aspettava. Terminato il santuario, i sacerdoti con le trombe, indossando le loro vesti abituali, i Leviti e i figli di Asaf, in piedi cantavano le lodi di Dio, come Daniele per primo aveva insegnato a benedirlo.
Libro XI:81 Ma i sacerdoti, i Leviti e gli anziani delle famiglie, si richiamavano alla mente il primo tempio che era stato veramente molto più grande e magnifico e vedendo che questo appena eretto era di gran lunga inferiore a quello antico, a motivo della loro povertà, e considerando quanto fossero lontani dalla antica prosperità e degni del tempio, rimasero molto rattristati e, nell'incapacità di porre un freno alla loro tristezza, elevarono lamentazioni e pianti.
Libro XI:82 Il popolo, tuttavia, era contento del presente stato di cose e della semplice costruzione del tempio, e non aveva alcun pensiero o ricordo del primo, né si affliggeva confrontando l'uno con l'altro, come se questo fosse inferiore a quanto sperato.
Libro XI:83 Però, più forte del suono delle trombe e della gioia della moltitudine, si sentiva la lamentazione degli anziani e dei sacerdoti perché il tempio pareva loro inferiore a quello che era stato distrutto.
I Giudei respingono l'offerta dei Samaritani
Libro XI:84 - 3. All'udire il suono delle trombe, i Samaritani che, come capita, erano ostili alle tribù di Giuda e di Beniamino, accorsero per conoscere quale era la ragione di tanto rumore; e, saputo che i Giudei che erano stati portati prigionieri in Babilonia, stavano riedificando il santuario, si presentarono a Zorobabele, a Gesù, e ai capi delle famiglie e domandarono che fosse loro concesso di unirsi a loro nella ricostruzione del tempio e di partecipare all'edificazione.
Libro XI:85 “Veneriamo Dio, infatti, non meno di voi, asserivano, e Lo preghiamo con fervore e siamo stati zelanti del Suo servizio, dal tempo in cui Salmanasse, re dell'Assiria, ci portò qui dalla Chuthia e dalla Media”.
Libro XI:86 Tale fu il loro parlare, ma Zorobabele e il sommo sacerdote Gesù, e i capi delle famiglie israelite, dissero che non era possibile che essi partecipassero alla costruzione, poiché nessun altro all'infuori di loro stessi aveva ricevuto l'ordine di costruire il tempio, la prima volta da Ciro ed ora da Dario.
Libro XI:87 Essi, però, avrebbero acconsentito, dissero, che vi si recassero a pregare, e la sola cosa che possono, se proprio lo vogliono, avere in comune con loro, è come tutti gli altri uomini, recarsi al santuario per venerare Dio.
I Samaritani denunciano nuovamente i Giudei
Libro XI:88 - 4. All'udire questo, i Chuthei, è con questo nome che sono chiamati i Samaritani, rimasero indignati e convinsero le nazioni in Siria a sollecitare i satrapi, come avevano fatto già sotto Ciro e poi ancora dopo il suo regno, sotto Cambise, affinché arrestassero la costruzione del tempio infrapponendo indugi e dilazioni sulla via nella quale si accanivano i Giudei.
Libro XI:89 Nello stesso tempo, Sisine, governatore della Siria e della Fenicia, e Sarabazane insieme ad alcuni altri salirono a Gerusalemme e domandarono ai capi dei Giudei chi aveva dato loro il permesso di edificare il tempio in quella maniera che sembrava più una fortezza che un santuario e perché avessero circondato la Città di portici e ancora di mura ben forti.
Libro XI:90 Zorobabele e il sommo sacerdote Gesù risposero che erano servi del Sommo Dio e che questo tempio era stato edificato per Lui da uno dei loro re,
uomo felice e al di sopra di tutti gli altri per virtù, (tempio) che per lungo tempo rimase in piedi;
Libro XI:91 ma, siccome i loro padri, rispetto a Dio, avevano agito in modo empio, Nebukadnezzar, re di Babilonia e della Caldea, prese la Città d'assalto, la distrusse, spogliò il tempio, lo bruciò e deportò il popolo prigioniero e lo insediò in Babilonia.
Libro XI:92 In seguito, quando Ciro divenne re di Babilonia e Persia, scrisse che il tempio doveva essere riedificato, e diede a Zorobabele e al suo tesoriere Mithridate tutte le offerte e il vasellame che erano stati asportati da Nebukadnezzar, ordinando di trasportare tutto a Gerusalemme e restituirlo al tempio, al quale appartenevano, dopo che sarebbe stato riedificato.
Libro XI:93 Diede ordini affinché questo fosse compiuto al più presto e ingiunse a Sanabasaro di recarsi a Gerusalemme e sovrintendere all'edificazione del tempio. Ricevuta questa lettera da Ciro, gettò le fondamenta subito dopo il suo arrivo; ma, sebbene abbia avuto inizio fin da quel tempo, non è giunto tuttora a compimento a causa del malanimo dei loro nemici.
Libro XI:94 “Se dunque voi volete e giudicate giusto, scrivete queste cose a Dario di modo che egli possa confrontare gli archivi dei re e constatare che non v'è nulla di falso in quanto abbiamo detto”.
I profeti Aggeo e Zaccaria
Libro XI:95 - 5. Allorché Zorobabele e il sommo sacerdote parlarono così, Sisine e quelli che erano con lui decisero di non sospendere la ricostruzione del tempio prima di avere riferito a Dario queste cose, ma gli scrissero subito in proposito.
Libro XI:96 Ora, siccome i Giudei erano spaventati temendo che il re potesse cambiare parere in merito alla ricostruzione di Gerusalemme e del tempio, Aggeo e Zaccaria, due profeti che in quel tempo erano con loro, li confortavano a farsi coraggio e a non avere apprensione che i Persiani potessero commettere qualche azione funesta, poiché Dio, asserivano, l'aveva loro predetto. E così, prestando fede ai profeti, si applicavano con vigore alla costruzione senza riposarsi un solo giorno.
Dario scopre la lettera di Ciro
Libro XI:97 - 6. Intanto i Samaritani scrissero a Dario e, nella lettera, accusavano i Giudei di fortificare la Città e di ricostruire il tempio a somiglianza più di una fortezza che d'un santuario e affermavano che quanto si andava facendo non sarebbe tornato a suo vantaggio; in aggiunta citavano la lettera di Cambise nella quale proibiva loro di costruire il tempio.
Libro XI:98 (Dario) constatando da loro che la restaurazione di Gerusalemme avrebbe messo a rischio il suo governo, letta anche la lettera di Sisine e di quanti erano con lui, ordinò che si facesse una ricerca negli archivi reali a proposito di questi affari.
Libro XI:99 A Ecbatana, fortezza della Media, fu trovato un documento nel quale era scritto quanto segue: “Nel primo anno del suo regno il re Ciro ordinò che in Gerusalemme fosse ricostruito il tempio con il suo altare, dell'altezza di sessanta cubiti e di uguale larghezza, che fossero costruite le mura di tre piani in pietra ben levigata e uno di legno della regione.
Libro XI:100 E decretò che il costo di ciò fosse a carico della tesoreria del re, e che ai Gerosolimitani fosse restituito il vasellame che Nebukadnezzar aveva portato in Babilonia,
Libro XI:101 e che la sovrintendenza di tutto questo fosse assunta da Sanabasaro, eparca e governatore della Siria e Fenicia, e compagni, e tuttavia che essi si tengano lontani dal luogo (sacro); e debbano lasciare che i servi di Dio, i Giudei e i loro capi, costruiscano il tempio.
Libro XI:102 Ordinò che li assistessero nel lavoro, e si avvalessero dei tributi che traevano dai paesi soggetti al loro governo per pagare le spese dei Giudei per i sacrifici, di tori, montoni, agnelli e capretti, fior di farina, olio, vino e qualsiasi altra cosa suggerissero i sacerdoti, affinché essi possano pregare per il benessere del re e dei Persiani.
Libro XI:103 A coloro, poi, che avessero trasgredito qualcuno di questi ordini, egli comandava che fossero arrestati e crocifissi, e i loro beni incamerati nel tesoro regio. Inoltre supplicava Dio affinché qualora qualcuno tentasse di ostacolare la fabbricazione del tempio, Egli lo colpisse e lo trattenesse dal suo malvagio disegno”.
Dario ordina ai satrapi di assistere i Giudei
Libro XI:104 - 7. Trovate queste cose negli archivi di Ciro, Dario rispose a Sisine e compagni con una lettera che suonava così: “Il re Dario all'eparca Sisine e a Sarabazane e ai loro compagni, salute. Vi ho mandato copia della lettera che ho trovato negli archivi di Ciro e voglio che si eseguisca ogni cosa così come è in essa stabilito. State bene”.
Libro XI:105 Così, quando Sisine e quelli che erano con lui, appresero dalla lettera quali erano i voleri del re, decisero di agire in conformità. Iniziarono, quindi, a sovrintendere ai lavori sacri e ad assistere gli anziani dei Giudei e i capi del senato.
Libro XI:106 E con grande ardore proseguiva la costruzione del tempio, conforme al comando di Dio e l'assenso dei re Ciro e Dario, mentre erano profeti Aggeo e Zaccaria; così fu edificato in sette anni.
Libro XI:107 Nel nuovo anno del regno, il giorno ventitré del dodicesimo mese, che da noi è detto Adar, e Distro dai Macedoni, i sacerdoti e i Leviti e il resto del popolo israelita offrirono sacrifici per celebrare il rinnovamento della loro antica prosperità dopo la cattività e come segno di avere ancora una volta un santuario, dopo la sua riedificazione: i sacrifici erano di cento tori, duecento montoni, quattrocento agnelli e dodici capri, un per ogni tribù, tale essendo il numero delle tribù israelite, in espiazione dei peccati di ognuno.
Libro XI:108 E in conformità delle leggi di Mosè, i sacerdoti e i Leviti, per ogni atrio stabilirono guardiani a ogni porta, perché i Giudei avevano eretto portici attorno al tempio, nel recinto sacro.
La festa degli azzimi
Libro XI:109 - 8. Avvicinandosi la festività degli azzimi, nel primo mese che i Macedoni chiamano Xanthicus e noi Nisan, dai suoi villaggi tutto il popolo confluì nella Città per celebrare la festa in stato di purità con le mogli e i fanciulli, conforme alla legge dei loro padri;
Libro XI:110 e dopo avere offerto il sacrificio chiamato Pasqua nel quattordicesimo giorno dello stesso mese fecero festa per sette giorni non risparmiando spese, ma aggiungendo ancora olocausti a Dio e sacrifici di ringraziamento alla Divinità che li aveva ricondotti nella terra dei loro padri e alle Sue leggi, e disposto favorevolmente verso di loro l'animo del re persiano.
Libro XI:111 E così, con prodigalità nei sacrifici per tutti questi favori e con magnificenza nella loro devozione a Dio, essi abitarono in Gerusalemme reggendosi con una forma di governo aristocratico e allo stesso tempo oligarchico. Giacché i sommi sacerdoti erano a capo degli affari fino a quando iniziarono a governare come re i discendenti della famiglia degli Asmonei.
Libro XI:112 Prima della cattività e deportazione erano governati da re, iniziando da Saul e da Davide, per cinquecento e trentadue anni, sei mesi e dieci giorni; prima di questi re, i capi che li governavano erano uomini detti giudici e monarchi, e sotto questa forma di governo vissero più di cinquecento anni dopo la morte di Mosè e del generale Gesù.
Libro XI:113 Tale, dunque era la condizione dei Giudei liberati dalla cattività ai tempi di Ciro e di Dario.
I Giudei si appellano a Dario contro i Samaritani
Libro XI:114 - 9. Ma i Samaritani che li guardavano con sentimenti di ostilità e di invidia, fecero molto male ai Giudei perché si vantavano della loro ricchezza e pretendevano di essere parenti dei Persiani siccome erano venuti dalla loro regione.
Libro XI:115 E le somme, che per ordine del re dovevano pagare ai Giudei per i sacrifici, detraendole dai loro tributi, si rifiutavano di darle, e in questo venivano sostenuti caldamente dagli eparchi; e qualsiasi cosa potevano compiere per fare del male ai Giudei, non esitavano a farla direttamente o indirettamente per mezzo di altri.
Libro XI:116 Perciò i Gerosolimitani decisero di inviare un'ambasciata al re Dario per accusare i Samaritani; gli inviati erano Zorobabele e altri quattro capi.
Libro XI:117 Allorché il re conobbe dagli inviati i lamenti e le accuse addotte contro i Samaritani, diede loro una lettera e li incaricò di portarla agli eparchi della Siria e al consiglio. Lo scritto era così:
Libro XI:118 “Il re Dario a Tagana e Sambaba, eparchi dei Samaritani, e a Sadrache e Buedone, e ai restanti loro conservi in Samaria. Zorobabele, Anania e Mardocheo, inviati dei Giudei, vi hanno accusato di disturbarli nella
fabbricazione del tempio e di mancare di provvedere loro quelle somme che io vi ho ordinato di pagare per le spese dei sacrifici;
Libro XI:119 voglio, dunque, che dopo avere letto la lettera, dalla regia tesoreria, dal tributo di Samaria, forniate loro tutto quanto è necessario per i sacrifici secondo le richieste dei sacerdoti, affinché non abbiano a interrompere i loro sacrifici quotidiani e le preghiere a Dio per me e per i Persiani”. Tale era il contenuto della lettera.
Serse ed Esdra
Libro XI:120 - V, I. Alla morte di Dario, gli succedette nel regno suo figlio Serse che dal padre ereditò anche la pietà verso Dio e la sua maniera di onorarlo: seguì, infatti, il padre in tutto ciò che aveva compiuto per il suo servizio, ed ebbe la più alta stima per i Giudei.
Libro XI:121 In quel tempo era sommo sacerdote il figlio di Gesù, di nome Joakeimo. In Babilonia c'era pure un uomo giusto che godeva di buona stima dalla folla, (era) primo sacerdote del popolo, chiamato Esdra; costui, essendo molto istruito sulle leggi di Mosè, divenne amico del re Serse.
Libro XI:122 Ora, avendo deciso di salire a Gerusalemme, prese con sé alcuni dei Giudei che vivevano in Babilonia, chiese al re una lettera per i satrapi di Siria che li informasse sulla sua persona.
Libro XI:123 Perciò il re scrisse ai satrapi la lettera seguente: “Serse, re dei re, a Esdra sacerdote e lettore delle leggi di Dio, salute. Siccome considero parte della mia benevolenza verso l'umanità concedere a quanti nel nostro regno, di nazione Giudei e Leviti, desiderano
Libro XI:124 salire con te a Gerusalemme, ho dato quest'ordine, che possa partire chiunque lo desideri. Così parve bene a me e ai miei sette consiglieri, che essi (i Giudei) debbano mirare agli affari della Giudea conforme alla legge di Dio, e portare le offerte al Dio degli Israeliti che io e i miei abbiamo promesso con voto di inviare.
Libro XI:125 L'argento e l'oro che si trova nella regione dei Babilonesi sia tutto dedicato a Dio e portato a Gerusalemme per i sacrifici a Dio, e ti sarà permesso di procacciarti tutto il vasellame d'argento e d'oro che vuoi, così pure ai tuoi fratelli.
Libro XI:126 Consacrerai il vasellame che ti verrà dato e a esso aggiungerai ancora tutto quello che ti parrà e per le spese a ciò necessarie attingerai al tesoro reale.
Libro XI:127 Ho scritto anche ai tesorieri di Siria e Fenicia affinché provvedano alla esecuzione degli ordini di Esdra sacerdote e lettore delle leggi di Dio. E affinché la Divinità non concepisca collera alcuna contro di me o i miei discendenti, stabilisco che di ogni cosa, fino a cento kor di grano sia dato a Dio secondo la legge.
Libro XI:128 A voi dico che ai sacerdoti, Leviti, cantori del tempio, uscieri, servitori del tempio e scribi del santuario, non imporrete tributo alcuno né sia fatta loro alcuna frode o affronto.
Libro XI:129 E tu, Esdra, conforme la divina sapienza, che ti è data, stabilirai giudici esperti in tutta la Siria e Fenicia, siano uomini che conoscono la legge, sia a quelli che l'ignorano, tu darai l'opportunità di impararla,
Libro XI:130 affinché se qualcuno dei tuoi connazionali trasgredisca la legge di Dio o del re, sia punito non come un trasgressore per ignoranza, ma come uno che, a dispetto della conoscenza, sfacciatamente disobbedisce e la disprezza. Tali uomini saranno condannati a morte o puniti con una ammenda pecuniaria. Sta bene”.
Esdra comunica ai Giudei i decreti di Serse
Libro XI:131 - 2 Quando Esdra ricevette questa lettera ne fu grandemente lieto e si volse a Dio protestandogli obbedienza e riconoscendo a Lui la motivazione della gentilezza del re; per tale motivo, disse, di dovergli tutta la sua gratitudine. Allora lesse la lettera a tutti i Giudei di Babilonia, conservò poi la lettera per sé,
Libro XI:132 e ne inviò copia ai connazionali che erano nella Media. Conosciuti gli ordini del re e la sua pietà verso Dio e la sua benevolenza verso Esdra, costoro ne furono grandemente contenti e molti di loro presero i beni che avevano e andarono in Babilonia
Libro XI:133 col desiderio di ritornare a Gerusalemme. Tuttavia la nazione israelita, nel suo insieme, rimase nella regione; in questo modo avvenne che vi sono due sole tribù in Asia e in Europa soggette ai Romani, mentre dieci tribù
sono al di là dell'Eufrate fino al giorno d'oggi, moltiplicate in innumerevoli miriadi il cui numero non si può accertare.
Libro XI:134 E così un gran numero di sacerdoti, Leviti, uscieri, cantori del tempio e servi del tempio si presentarono ad Esdra; egli radunò tutti quelli della cattività sulla sponda al di là dell'Eufrate, e quivi fece fare una sosta di tre giorni e bandi un digiuno con preghiere a Dio per la loro salvezza e affinché, lungo il cammino, non avessero ad incontrare alcun pericolo da nemici né da infortuni eventualmente accaduti.
Esdra parte per Gerusalemme
Libro XI:135 Poiché, come Esdra aveva detto poc'anzi al re, Dio li avrebbe custoditi, e non aveva giudicato opportuno chiedergli dei cavalieri di scorta. E così, allorché ebbero innalzate le preghiere, mossero dall'Eufrate: era il dodicesimo giorno del primo mese, il settimo anno del regno di Serse; e arrivarono a Gerusalemme nel quinto mese dello stesso anno.
Libro XI:136 Esdra, senza indugio, consegnò ai tesorieri, che erano di discendenza sacerdotale, le proprietà sacre consistenti in seicentocinquanta talenti d'argento, vasellame d'argento del peso di cento talenti, vasellame d'oro del peso di venti talenti e vasellame di bronzo, più prezioso dell'oro, del peso di dodici talenti. Questi erano i doni fatti dal re e dai suoi consiglieri e da tutti gli Israeliti rimasti in Babilonia.
Libro XI:137 Quando diede tutto questo ai sacerdoti, Esdra offrì a Dio gli olocausti a Lui dovuti: dodici tori per la salvezza di tutto il popolo, novanta montoni, settantadue agnelli, dodici capri in espiazione dei peccati.
Libro XI:138 In seguito consegnò la lettera del re ai procuratori del re e agli eparchi della Cele-Siria e Fenicia. Costretti, perciò, a eseguirne gli ordini, onoravano la nazione giudaica e la assistettero in ogni suo bisogno.
Esdra e i matrimoni misti
Libro XI:139 - 3. Questo era appunto quanto corrispondeva ai progetti di Esdra, ma il fatto che tutto gli sia andato bene, io credo che sia Dovuto a Dio che lo giudicò degno di realizzare quanto desiderava, a motivo della sua bontà e rettitudine.
Libro XI:140 Qualche tempo appresso, vennero da lui alcune persone ad accusare certuni del popolo, e ancora dei sacerdoti e Leviti di avere violato la costituzione e infranto le patrie leggi sposando donne straniere e confusa la schiatta sacerdotale;
Libro XI:141 e lo pregarono di prestare aiuto alle leggi affinché non avvenisse nuovamente che la collera di Dio si scagliasse contro tutti loro e li colpisse nuovamente la sfortuna. Non appena seppe questo, dal dolore si stracciò le vesti, si strappò i capelli dalla testa, si scompigliò la barba, e si gettò faccia a terra perché le prime persone del popolo si erano rese colpevoli di tale colpa.
Libro XI:142 Pensava che se avesse ordinato loro di mandare via le mogli e i fanciulli nati da esse, non sarebbe stato ascoltato, perciò rimase a giacere per terra. Si recarono, dunque, da lui tutti gli onesti cittadini anch'essi piangendo partecipi del suo dolore per quanto era accaduto.
Libro XI:143 Esdra allora si alzò da terra e, levate le braccia al cielo disse che sebbene sentisse vergogna ad alzare gli occhi a motivo dei peccati commessi dal popolo, il quale aveva scordato tutte le cose accadute ai nostri padri a causa della loro empietà,
Libro XI:144 supplicava Dio che dalla loro recente sfortuna e cattività aveva preservato un seme e un resto e li aveva ricondotti a Gerusalemme e nelle loro terre paterne e aveva spinto i re della Persia ad avere pietà di loro, di rimettere anche i loro peccati commessi ora, poiché sebbene avessero commesso azioni meritevoli di morte, pure speravano che la bontà di Dio risparmiasse dal castigo anche questi peccatori.
Esdra persuade i Giudei a divorziare dalle
mogli forestiere
Libro XI:145 - 4. Così terminò di pregare, tra le lamentazioni di coloro che si erano radunati con lui con mogli e figli, quando un uomo di nome Achonio, primo tra tutti i Gerosolimitani, gli si presentò innanzi confessando che veramente essi avevano peccato sposando donne forestiere, e cercò di persuadere Esdra a scongiurarli tutti a mandarle via con i figli nati da loro e a punire quegli uomini che non avrebbero obbedito.
Libro XI:146 Esdra seguì questo consiglio e fece giurare i capi dei sacerdoti, dei Leviti e degli Israeliti di mandare via mogli e figli secondo il consiglio di Achonio.
Libro XI:147 Ricevuto il loro giuramento, subito passò dal cortile del tempio alla camera di Giovanni, figlio di Eliasib, e passò tutto quel giorno senza assaggiare nulla a motivo del dolore.
Libro XI:148 Uscì poi un proclama che tutti quelli della cattività si dovessero radunare a Gerusalemme e che coloro che, entro due o tre giorni, non si incontrassero là, fossero espulsi dalla comunità, le loro proprietà confiscate conforme alla decisione degli anziani. In tre giorni convennero quelli della tribù di Giuda e di Beniamino, il venti del nono mese, dagli Ebrei detto Choslen, e dai Macedoni Apellaio.
Libro XI:149 Sedutosi nel cortile del santuario, erano presenti anche gli anziani e soffrivano per il disagio del freddo, si alzò Esdra e iniziò a rimproverarli di avere infranto la legge sposandosi al di fuori della propria tribù; tuttavia, disse, d'ora in poi farebbero cosa grata a Dio e vantaggiosa per loro se licenzieranno le mogli.
Libro XI:150 Tutti gridarono che avrebbero fatto così; ma dissero che il loro numero era troppo grande, che era la stagione invernale dell'anno, e non era un compito semplice da eseguire in un giorno o due; “vengano qui i capi e coloro che si sono sposati con donne straniere a una data prefissata, portino gli anziani da qualsiasi luogo vogliono ed esaminino con essi la moltitudine di quelli che sono sposati così”.
Libro XI:151 Questo (discorso) piacque. Nella luna nuova del decimo mese iniziarono le ricerche degli sposati con donne straniere e proseguirono fino alla luna nuova del mese seguente; trovarono che erano molti i discendenti del sommo sacerdote Gesù, dei sacerdoti, dei Leviti e Israeliti
Libro XI:152 i quali, avendo a cuore più l'osservanza delle leggi che i loro vincoli privati, avevano già allontanato le mogli e i figli nati da loro, e avevano portato sacrifici di propiziazione a Dio: le vittime erano capri. I loro nomi non mi è parso necessario riferirli.
Libro XI:153 Raddrizzata la via dagli uomini predetti che avevano peccato a proposito del matrimonio, Esdra purificò la prassi su questa materia, in modo che in futuro rimanesse determinata.
Nella festa dei Tabernacoli, Esdra fa la
lettura della Legge
Libro XI:154 - 5. Nel settimo mese celebrarono la festa dei Tabernacoli, e quando quasi tutti furono radunati, salirono al cortile aperto del tempio, vicino alla porta che guarda a Oriente, e chiesero a Esdra di leggere loro le leggi di Mosè.
Libro XI:155 Così egli stette in mezzo alla folla e le lesse dal primo mattino fino a mezzogiorno. Udendo le leggi che erano lette, impararono a essere giusti per il presente e per il futuro, ma si dolevano per il passato ed erano portati fino a piangere riflettendo che nessuna delle sfortune sperimentate in passato li avrebbe più colpiti, se avessero osservato la legge.
Libro XI:156 Ma, vedendoli così commossi, ordinò che ognuno se ne ritornasse a casa propria senza piangere, perché, disse, era una festività nella quale non era giusto né lecito piangere. Li esortò invece a ritornare festosi mantenendo un contegno proprio alla festa e alla gioia, giacché nella loro penitenza e nel dolore per i peccati commessi in passato avevano una sicurezza e salvaguardia che non sarebbe più avvenuto qualcosa di simile.
Libro XI:157 Dopo tali assicurazioni date da Esdra, iniziarono a celebrare la festività e l'osservarono per otto giorni nei loro tabernacoli; dopo se ne tornarono a casa cantando inni a Dio e riconoscenti a Esdra che aveva raddrizzato quanto era contrario alle leggi dello Stato.
Libro XI:158 Guadagnatosi tale gloria presso il popolo, ormai vecchio terminò la vita, e fu sepolto a Gerusalemme con grande magnificenza. Intorno allo stesso tempo, morì anche il sommo sacerdote Joakeimo, e a lui succedette, nel sommo sacerdozio, suo figlio Eliasib.
Nehemia, a Susa, ha notizia della situazione non
buona in Giudea
Libro XI:159 - 6. Tra i Giudei prigionieri ve n'era uno, di nome Nehemia, coppiere del re Serse, che, mentre stava passeggiando fuori delle mura di Susa, metropoli della Persia, udì degli stranieri che entravano in città dopo un lungo viaggio: l'un l'altro si parlavano in ebraico: ed egli, avvicinatosi, domandò d'onde venivano.
Libro XI:160 Risposero che venivano dalla Giudea, egli allora seguitò domandando della situazione della gente e della metropoli Gerusalemme.
Libro XI:161 Risposero che la situazione era cattiva, perché le mura erano state abbattute e le nazioni vicine infliggevano molte offese contro i Giudei percorrendo la regione, derubandola di giorno e operando malvagità nella notte, tanto che molti erano stati fatti prigionieri dalla regione e dalla stessa Gerusalemme; e ogni giorno le strade erano piene di cadaveri.
Libro XI:162 Nehemia scoppiò in lacrime compassionando l'infelice condizione dei suoi e, rivolto al cielo, disse: “E fino a quando, Padrone, guarderai altrove, mentre la nostra nazione sopporta queste cose, divenuta preda e bottino di tutti?”.
Libro XI:163 Mentre egli si intratteneva presso la porta e innalzava lamenti, gli si accostò uno e lo informò che il re si stava mettendo a tavola; perciò, così com'era, e senza prendere un bagno, si affrettò a compiere il suo servizio a proposito delle bevande.
Libro XI:164 Dopo cena, allorché il re era rilassato e aveva assunto un'aria più allegra del solito, guardando Nehemia, osservò la sua faccia mesta e gli domandò perché era così giù.
Libro XI:165 Ed egli, rivolta a Dio una preghiera affinché desse alle sue parole tanta grazia e forza e potenza di persuasione, disse: “Come posso, o re, apparirti diversamente e non piuttosto con l'animo colmo di amarezza quando sento che le mura della città di Gerusalemme ove io sono nato, dove si trovano le tombe e i monumenti dei miei antenati, sono state abbattute al suolo e le sue porte date alle fiamme? Concedimi, benevolmente, di andare là, innalzare le mura e portare a termine gli edifici che restano da fare sul santuario”.
Serse accorda a Nehemia di andare a
Gerusalemme
Libro XI:166 A tale domanda, il re gli accordò il favore richiesto ed ancora lettere per i satrapi affinché gli rendessero l'onore che gli era dovuto e gli fornissero ogni cosa di cui avesse bisogno: “Cessa, dunque di addolorarti e di qui in avanti servici lieto”.
Libro XI:167 Nehemia adorò Dio, rese grazie al re per la promessa, rasserenò il suo volto e sgombrò il turbamento con la gioia delle cose che gli erano state offerte. Il giorno appresso, il re lo convocò e gli diede una lettera da consegnare ad Addaio, eparca di Siria, Fenicia e Samaria, nella quale dava ordini a proposito degli onori che doveva prestare a Nehemia, e degli aiuti che doveva dare per le costruzioni.
Libro XI:168 - 7. Nehemia, dopo essere andato a Babilonia, e aver preso molte persone della sua tribù che volontariamente si offrirono di seguirlo, proseguì per Gerusalemme: era l'anno venticinquesimo del regno di Serse; e, mostrate le lettere a Dio, le consegnò ad Addaio e agli altri eparchi; convocò, in seguito, tutto il popolo a Gerusalemme, si pose in mezzo al cortile del santuario, e lo apostrofò con le seguenti parole:
Libro XI:169 “Uomini giudei, voi sapete che Dio ha cara la memoria dei nostri padri Abramo, Isacco, e Giacobbe, e a motivo della loro giustizia non sospende la Sua provvidenza su di noi; e quello che è più, Egli mi ha aiutato a ottenere dal re l'autorità di innalzare il vostro muro e portare a compimento quanto ancora c'è da fare per il santuario.
Libro XI:170 Poiché ben sapete il male che ci vogliono le nazioni vicine e quanto si opporranno alla costruzione allorché sapranno dei nostri appassionati sforzi per essa e infraporranno molti ostacoli sulla vostra strada;
Libro XI:171 io voglio anzitutto che voi abbiate fiducia che, con l'aiuto di Dio, voi resistiate alle ostilità e che non desistiate dalla costruzione né giorno né notte, ma diate prova del massimo impegno nella continuità del lavoro, poiché non v'è tempo più opportuno di questo”.
Libro XI:172 Detto questo, ordinò subito ai capi di misurare il muro e di ripartirne il lavoro al popolo proporzionandolo al numero e alle forze della popolazione dei villaggi e delle città secondo l'attitudine di ognuno; promise che egli stesso avrebbe aiutato nella costruzione, assieme ai suoi servi, e poi sciolse l'assemblea.
Libro XI:173 E i Giudei si prepararono per il lavoro. Presero a chiamarsi con questo nome, derivante dalla tribù di Giuda, dai giorni in cui salirono da Babilonia; siccome questa fu la prima tribù a ritornare in quei luoghi, sia il popolo che la regione presero il nome da essa.
Nehemia fortifica Gerusalemme e aumenta
la popolazione
Libro XI:174 - 8. Quando Ammoniti, Moabiti, Samaritani e tutti gli abitanti della Cele-Siria seppero che l'edificazione delle mura avanzava, andarono in collera e iniziarono a tendere continuamente insidie contro i Giudei allo scopo di ostacolare la loro impresa: uccisero molti Giudei e cercarono di uccidere lo stesso Nehemia e assunsero alcuni stranieri per toglierlo di mezzo.
Libro XI:175 Instillarono in essi anche paura e allarme; diffusero anche la voce che molte nazioni erano sul punto di attaccarli, tanto che i Giudei erano così atterriti da trovarsi sul punto di sospendere la costruzione.
Libro XI:176 Ma nulla di tutto questo distolse Nehemia dalla passione che aveva per l'impresa; che anzi, circondatosi di uomini che gli facevano da guardia del corpo, ed imperterrito, seguitava nella sua determinazione per il lavoro, insensibile alla fatica. Pose tanta precauzione e cura per la propria salvezza, non perché avesse paura della morte, ma perché era convinto che dopo la sua morte non sarebbe stato possibile per i suoi concittadini rialzare le mura.
Libro XI:177 Perciò ordinò che in futuro i costruttori lavorassero con le armi alla mano, i muratori cingessero la spada e così coloro che portavano il materiale; volle che gli scudi fossero vicinissimi a loro, e a intervalli di cinquecento piedi stazionassero trombettiere con l'ordine di dare al popolo un segnale all'apparire del nemico, affinché non fosse lasciato impreparato e disarmato all'apparire del nemico, ma avesse la possibilità di combattere.
Libro XI:178 Egli intanto, notte tempo, si aggirava intorno alla città, mai stanco né per le fatiche né per il bisogno di cibo e di sonno: non prendeva per piacere né l'uno né l'altro, ma solo per bisogno.
Libro XI:179 Resistette in questi travagli per due anni e quattro mesi, perché questa appunto fu la durata del tempo nel quale furono edificate le mura di Gerusalemme, nel nono mese del ventottesimo anno del regno di Serse.
Libro XI:180 Quando le mura furono finalmente pronte, Nehemia e il popolo innalzarono sacrifici di ringraziamento a Dio per la costruzione, e seguitarono la festa per otto giorni. Ma le nazioni abitanti della Siria, quando seppero che la costruzione delle mura era terminata, andarono in collera.
Libro XI:181 Intanto Nehemia, vedendo che Gerusalemme aveva pochi abitanti, esortò i sacerdoti e i Leviti ad abbandonare i dintorni e a insediarsi nella Città ove aveva preparato, a sue spese, delle case per loro;
Libro XI:182 disse anche al popolo che coltivava la terra di recare a Gerusalemme le decime dei loro proventi, affinché i sacerdoti e i Leviti, avendo ogni giorno di che vivere, non abbandonassero il servizio del tempio. Essi obbedirono volentieri agli ordini di Nehemia e la città di Gerusalemme, in questo modo, ebbe una popolazione numerosa.
Libro XI:183 Compiute altre splendide e lodevoli imprese, Nehemia morì in età avanzata. Era un uomo d'indole gentile e giusta e molto premuroso di servire la sua gente alla quale lasciò le mura di Gerusalemme come un monumento eterno. Questi dunque furono gli eventi che ebbero luogo durante il regno di Serse.
Assuero, pericolo corso dai Giudei,
la figura di Esther
Libro XI:184 - VI, I. - Alla morte di Serse, il regno passò al figlio Assuero, detto dai Greci Artaserse. Nel periodo in cui governò l'impero persiano, tutta la nazione dei Giudei, con mogli e figli, corse il rischio di essere annientata.
Libro XI:185 Fra poco ne esporrò il motivo; intanto mi preme riferire la storia di questo re e il fatto che egli aveva sposato una donna giudea di famiglia reale che, a quanto si dice, salvò la nostra nazione.
Libro XI:186 Artaserse, dunque, salito sul trono e designati i capi delle centoventisette satrapie dall'India all'Etiopia, nel terzo anno di regno, invitò gli amici, le tribù persiane e i loro governatori a un solenne convito, e li trattò con magnificenza, come si conviene a un re che per centottanta giorni intende fare mostra della ricchezza ereditata.
Libro XI:187 A Susa diede una festa per le nazioni e per i loro ambasciatori per sette giorni. Il luogo nel quale banchettavano era disposto in questo modo: sopra colonne d'oro e d'argento si alzava un gran padiglione dal quale pendevano tende di lino e porpora, e sotto di esso erano sistemate le tavole con molte migliaia di persone.
Libro XI:188 Per tutte, il servizio avveniva in recipienti d'oro tempestati di pietre preziose, per il piacere di coloro che le usavano. Agli inservienti il re
aveva dato ordine di non sforzare nessuno a bere portandogli continuamente del vino, com'è uso presso i Persiani, ma di lasciare che ognuno degli invitati soddisfacesse, a modo suo, i propri desideri.
Libro XI:189 Inviò anche messi per la regione ad annunziare al popolo che tutti si astenessero dal lavoro, riposassero e festeggiassero per molti giorni in onore del suo regno.
Libro XI:190 Così pure la regina Aste convocò le donne a un banchetto nel suo palazzo; ma il re, desideroso di mostrarla ai suoi ospiti, poiché la sua bellezza sorpassava quella di tutte le altre donne, mandò da lei con l'ordine di comparire al suo banchetto.
Libro XI:191 Ma lei, in osservanza delle leggi dei Persiani, che vietavano alle loro donne di essere viste da estranei, non andò dal re; nonostante egli inviasse ripetutamente eunuchi da lei, insistette nel suo rifiuto di andare,
Libro XI:192 fino a quando il re, sdegnato, interruppe il banchetto, si alzò e convocò i Sette Persiani, ai quali spettava l'interpretazione delle leggi, e accusò la moglie di averlo insultato, perché, nonostante fosse stata da lui ripetutamente chiamata al proprio banchetto, lei non aveva obbedito una sola volta.
Libro XI:193 Ordinò loro di esprimere ciò che la legge ordinava contro di lei. Uno di loro, di nome Muchaio, affermò che questo insulto non era diretto soltanto a lui, ma a tutti i Persiani, poiché correvano il pericolo di essere indirizzati a una vita disonorevole in quanto trattati con disprezzo dalle proprie mogli.
Libro XI:194 “Nessuna donna, disse, sarà rispettosa verso il marito, avendo innanzi l'esempio dell'arroganza della regina verso di te che hai potere su tutti”. E lo spinse a infliggere una severa punizione alla donna che l'aveva offeso così gravemente; e fatto questo, rendere noto alle nazioni quanto decretato contro la regina. E così si decise di ripudiare Aste e conferire l'alto onore a un'altra donna.
Libro XI:195 - 2. Sebbene fosse innamorato di lei e non potesse sopportarne la separazione, a motivo della legge non poteva riconciliarsi con lei, e così seguitava a dolersi di non riuscire a realizzare il suo desiderio. Gli amici, vedendolo in tanta tristezza, gli consigliarono di dimenticare sia il pensiero della moglie che l'amore per lei che non gli portava alcun bene;
Libro XI:196 e di inviare per tutta l'ecumene alla ricerca di vergini avvenenti e prendere in moglie quella che più gli piaceva perché, dicevano, il trasporto per lei gradatamente sarebbe passato alla moglie che gli viveva a fianco.
Libro XI:197 Seguendo questo consiglio, affidò ad alcuni dei suoi uomini la scelta, nel regno, delle vergini più stimate per l'avvenenza e la presentazione dinnanzi a lui.
Libro XI:198 Tra le molte che furono radunate, in Babilonia si trovò una ragazza che aveva perso ambedue i genitori ed era cresciuta in casa dello zio, di nome Mordecai; costui era della tribù di Beniamino e uno dei primi tra i Giudei.
Libro XI:199 Esther, questo era il suo nome, sorpassava tutte le donne in bellezza, e la grazia del suo comportamento catturava lo sguardo di quanti la vedevano.
Libro XI:200 Perciò, affidata a un eunuco, ricevette tutte le attenzioni ed era sempre irrorata con dovizia di unguenti e aromi preziosissimi di cui il corpo delle donne abbisogna; a questo trattamento le ragazze erano soggette per sei mesi; il loro numero era quattrocento.
Libro XI:201 Quando l'eunuco ritenne sufficiente il trattamento avuto da quelle vergini per il suddetto periodo e le stimò degne del letto del re, ne mandò una al giorno a giacere col re, il quale, dopo essersi unito con lei, la rimandava subito dall'eunuco.
Libro XI:202 Ma quando gli si presentò Esther, gli piacque immediatamente, se ne innamorò, la fece sua legittima moglie e ne celebrò il matrimonio nel dodicesimo mese, chiamato Adar, nel settimo anno del suo regno.
Libro XI:203 Inviò poi dei messi, detti angaroi, in tutte le nazioni invitandole a celebrare le nozze, mentre egli intratteneva i Persiani e i primi delle nazioni per un intero mese festeggiando il suo matrimonio. Allorché Esther entrò nella reggia, egli le cinse il capo col diadema, e così visse con lui, ma non gli rivelò da quale nazione proveniva.
Libro XI:204 In seguito, suo zio passò da Babilonia a Susa, nella Persia, e quivi abitò; ogni giorno si recava alla reggia per domandare della ragazza e come stava; egli, infatti, l'amava come se fosse sua figlia.
Libro XI:205 - 3. Intanto il re aveva emanato la legge che nessuno dei suoi potesse avvicinarlo quando sedeva sul trono, a meno che fosse convocato. E attorno al suo trono sostavano persone armate di scure per punire chiunque, non convocato, si avvicinasse al trono.
Libro XI:206 Lo stesso re, tuttavia, sedeva tenendo in mano una bacchetta d'oro che stendeva verso chiunque che, non convocato, gli venisse davanti; chi era toccato si trovava fuori pericolo. Ma di queste cose abbiamo detto assai.
Mordecai e Aman
Libro XI:207 - 4. Dopo qualche tempo, Bagathoo e Theodeste cospirarono contro il re, e Barnabazo, servo di uno di questi eunuchi, di stirpe giudaica, scoperta la congiura, la rivelò a Mordecai, zio della moglie del re, ed egli, a sua volta, tramite Esther, denunziò al re i congiurati.
Libro XI:208 Il re, allarmato, investigò, scoprì la verità, e fece crocifiggere gli eunuchi; sul momento non diede alcun premio a Mordecai che gli aveva salvato la vita, diede ordini soltanto ai custodi degli archivi di annotare il suo nome, e lasciò che abitasse nella reggia come strettissimo amico del re.
Libro XI:209 - 5. Ora, ogni qualvolta che Aman, figlio di Amadatho, di stirpe amalecita, andava dal re, gli stranieri e i Persiani si prostravano davanti a lui, poiché Artaserse aveva stabilito che egli ricevesse da loro questo onore.
Libro XI:210 A motivo della sua saggezza e delle leggi dei suoi antenati, Mordecai non si prostrava davanti ad alcun uomo; ed Aman, osservato questo, domandò d'onde fosse; e, saputo che era giudeo, ne restò sdegnato e disse che gli pareva strano che i Persiani, nati liberi, davanti a lui si prostraessero, mentre quest'uomo, che era un servo, non credeva opportuno fare la stessa cosa.
Libro XI:211 Sebbene desiderasse vendicarsi di Mordecai, ritenne troppo poco richiedere che lui solo fosse punito dal re, e decise di sterminare l'intera sua nazione: essendo egli di stirpe amalecita, odiava i Giudei, dai quali il suo popolo era stato distrutto.
Libro XI:212 Presentatosi, dunque, al re iniziò la sua accusa dicendo che vi era una nazione malvagia dispersa in tutto l'ecumene, a lui soggetta, nazione intrattabile, asociale dove la sua religione e le sue leggi non sono uguali a quelli
degli altri “ma sia per le consuetudini, sia per le pratiche, è nemica del tuo popolo e di tutti gli uomini.
Libro XI:213 Se tu vuoi fare un gran bene ai tuoi sudditi, darai ordine che questa nazione sia spianata alla radice e non ne rimanga neppure un resto né in schiavitù, né in cattività”.
Libro XI:214 E, affinché il re non avesse da perdere il tributo raccolto da essi, offrì di dargli quarantamila talenti d'argento dalla sua proprietà, non appena il re avesse emanato l'ordine. La somma di denaro, disse, l'avrebbe data volentieri affinché il regno fosse libero da questa piaga e avesse la pace.
Libro XI:215 - 6. Dopo che Aman fece questa supplica, il re decise di concedergli tutti e due, sia il denaro, sia gli uomini affinché ne facesse quello che più gli piaceva. Ottenuto quanto desiderava, Aman inviò subito un editto, in nome del re, a tutte le nazioni del seguente tenore:
Libro XI:216 “Il grande re Artaserse ai governatori delle centoventisette satrapie dall'India all'Etiopia: ho governato su molte nazioni e ho comandato su tutta l'ecumene ch'io potessi desiderare, ma dal mio potere non fui mai spinto a trattare i miei sudditi con asprezza e alterigia, ma mi sono sempre dimostrato moderato e benigno guardando alla loro pace e buon governo, interessandomi affinché godessero sempre di queste cose.
Libro XI:217 Ma Aman che per la sua prudenza e rettitudine ha avuto da me il primo posto di gloria e di onore, e per la sua fedeltà e continua lealtà, ha il secondo posto dopo di me, mi ha avvertito che c'è una nazione nemica, diffusa tra tutti gli uomini che ha leggi particolari, è insubordinata ai re, ha consuetudini diverse, odia la monarchia e non è leale al nostro governo;
Libro XI:218 perciò ordino di eliminare tutti coloro che segnala il mio secondo padre, Aman, con mogli e figli, non risparmiando alcuno o disobbedendo ai miei ordini scritti, dando maggiore credito alla compassione che alle mie istruzioni.
Libro XI:219 E’ mio volere che ciò avvenga il quattordicesimo giorno del dodicesimo mese di quest'anno, affinché i nostri nemici, ovunque si trovino, siano eliminati in uno stesso giorno e in avvenire ci lascino vivere in pace”.
Libro XI:220 Allorché questo decreto fu portato nelle città e nei distretti della regione, tutti si prepararono per l'eliminazione dei Giudei nel giorno su riferito.
Anche in Susa se ne affrettava l'esecuzione. Così il re e Aman, facevano festa e bevevano mentre la città era sconvolta.
Mordecai fa intervenire Esther
Libro XI:221 - 7. Quando Mordecai seppe dell'accaduto, si stracciò le vesti, si vestì di sacco, asperse di cenere il suo capo, e si aggirava per la città gridando che una nazione, senza avere commesso alcuna ingiustizia, stava per essere distrutta: e così dicendo arrivò fino alla reggia e quivi si fermò, in quanto non giudicava lecito introdurvici con quegli abiti.
Libro XI:222 Lo stesso era compiuto da tutti i Giudei viventi in città nelle quali era stato pubblicato il decreto riguardante questa materia: gemevano anche e si dolevano del disastro che era stato loro annunziato. Ma allorché certe persone annunziarono alla regina che Mordecai era davanti al cortile in quella miserabile tenuta, si turbò profondamente per quanto aveva sentito, ed inviò uomini a vestirlo in modo diverso.
Libro XI:223 Non potendo egli essere persuaso a spogliarsi del sacco, poiché, diceva, il pericolo che lo aveva costretto a indossarlo non era ancora passato, lei chiamò a sé il suo eunuco Achrateo, che per caso si trovava presso di lei, e lo inviò da Mordecai per sentire di cosa si trattasse di così deprimente da indurlo a lamentarsi e a indossare un abito di quel genere che non voleva deporre neppure alla richiesta di lei.
Libro XI:224 Allora Mordecai ne spiegò la ragione all'eunuco; si trattava cioè del decreto contro i Giudei diffuso in tutta la regione soggetta al re e della promessa in denaro con la quale Aman comprò dal re lo sterminio della loro nazione.
Libro XI:225 Poi consegnò copia del decreto pubblicato a Susa, da portare a Esther, ordinandole di informare il re di queste cose e di interessarsi per la salvezza della nazione di lei, e non giudicasse indegno della sua dignità indossare una tenuta umile per intercedere a favore dei Giudei in pericolo. Poiché, (Mordecai) proseguì, Aman tiene un posto d'onore, secondo solo al re, accusa i Giudei e provoca la collera del re contro di essi.
Libro XI:226 Saputo questo, mandò nuovamente da Mordecai informandolo che lei non era stata convocata dal re e che vi era la pena di morte per colui che, non
convocato, entrasse da lui; a meno che il re, volendolo salvare, stendesse lo scettro d'oro.
Libro XI:227 All'eunuco che gli aveva riferito questo messaggio da parte di Esther, Mordecai ordinò di replicare a lei di non mirare soltanto alla propria salvezza, ma alla comune salvezza della loro nazione; perché, se lei ora li trascura, riceveranno sicuramente l'aiuto di Dio, mentre lei e la casa di suo padre saranno annientate da coloro dei quali lei ora non si cura.
Libro XI:228 Allora Esther inviò lo stesso attendente con l'ordine di dire a Mordecai di recarsi a Susa, e radunare i Giudei in una assemblea, aggiungendo che dovessero digiunare per lei astenendosi da ogni cibo per tre giorni; lei promise di fare lo stesso con le sue ancelle, e in seguito, a dispetto della legge, sarebbe andata dal re: se era necessario morire, lei sarebbe stata coraggiosa.
Libro XI:229 - 8. Così Mordecai, seguendo le istruzioni di Esther, fece digiunare il popolo, e supplicò Dio che proprio ora non allontanasse il Suo sguardo dalla Sua nazione, ora che stava per venire annientata, ma come spesso in passato aveva provveduto in loro favore e perdonato le mancanze, così anche adesso li volesse sottrarre dalla distruzione minacciata contro di loro.
Libro XI:230 Poiché, diceva, non era a motivo di qualche peccato che si trovavano in procinto di una morte ignominiosa, ma Egli conosceva la causa della collera di Aman: “Io infatti non volli prostrarmi davanti a lui, non ritenni di rendere a lui quell'onore ch'io ho dato a Te, Padrone, egli era rabbioso e decretò quelle misure contro coloro che non avrebbero trasgredito le Tue leggi”.
Libro XI:231 Lo stesso grido si alzava dalla moltitudine, che supplicava Dio affinché provvedesse alla sua salvezza e liberasse gli Israeliti di tutta la terra dal disastro incombente su di loro: essi, infatti, lo vedevano già davanti ai loro occhi e se lo aspettavano.
Libro XI:232 Anche Esther supplicava Dio alla maniera della legge della sua patria, gettandosi al suolo vestita di abiti luttuosi e rifiutando cibi, bevande e conforti; per tre giorni supplicò Dio di avere pietà di lei e, quando fosse davanti al re, le desse la forza da muovergli l'animo alle sue parole, e la sua persona fosse più cortese che mai;
Libro XI:233 affinché lei potesse fare uso di tutti e due questi mezzi per distogliere l'ira del re, qualora, in qualche modo, fosse da lei provocato, ed essere avvocato per i suoi connazionali sull'orlo del disastro, e che il re
concepisse odio contro i nemici dei Giudei e contro coloro che ne avevano tracciato la rovina, qualora i Giudei non fossero da lui presi in considerazione.
Trionfo di Esther e Mordecai, castigo per Aman
Libro XI:234 - 9. Supplicato Dio in questo modo per tre giorni, si tolse l'abito che indossava e cambiò acconciatura, si abbellì come conveniva alla regina e, si presentò al re con le sue due ancelle una delle quali, alla quale lei si appoggiava, delicatamente la reggeva mentre l'altra la seguiva e con l'estremità delle dita le sollevava lo strascico della veste che, a pieghe, scendeva a terra; sebbene il suo viso fosse velato di rossore, lei era abbellita da una bellezza dolce e dignitosa.
Libro XI:235 Tuttavia si presentò davanti a lui con timore; perché, allorché giunse in sua presenza, egli sedeva sul trono e indossava il manto regale, veste multicolore ornata di oro e pietre preziose,
Libro XI:236 che ai suoi occhi lo faceva ancora più terribile; ed anche perché egli la guardava con occhi severi e il suo aspetto bruciava di collera. All'improvviso lei ebbe un attimo di paura e cadde, svenuta, ai piedi di chi le stava affianco.
Libro XI:237 Ma il re, io credo per volere di Dio, mutò sensazione, pensando che la consorte, per la paura,
Libro XI:238 fosse colpita da qualche serio malore e si precipitò dal trono e, sostenendola con affetto le fece coraggio di non sospettare un evento sinistro perché venuta in sua presenza senza essere chiamata; perché questa legge, disse, si applica ai sudditi, mentre lei, che governa equamente con lui, ha piena sicurezza.
Libro XI:239 Così dicendo, passò lo scettro nella sua mano e lo stese sul collo di lei conforme alla legge, e così la liberò da qualsiasi ansietà.
Libro XI:240 Con questi atti lei riprese vita, e disse: “Padrone, non è cosa facile dirti che cosa improvvisamente mi ha colpito; non appena ho visto il tuo sguardo così grande, maestoso e terribile, lo spirito venne meno e restai senza vita”.
Libro XI:241 Mentre con voce debole e languida diceva queste parole, egli, con grande angoscia e agitazione, incoraggiava Esther a farsi animo e a ben sperare,
perché se lei lo avesse desiderato, egli era pronto anche a darle metà del suo regno.
Libro XI:242 Esther, allora, gli domandò di farla incontrare col suo amico Aman, perché lei aveva preparato un banchetto. Egli accettò, e venne; mentre egli beveva, domandò a Esther di chiedergli quello che desiderava,
Libro XI:243 poiché non c'era nulla ch'ella non potesse ottenere, anche se desiderasse metà del regno. Ma lei si astenne dal manifestargli quello che desiderava fino al giorno appresso, se egli vorrà venire nuovamente da lui per incontrarsi col suo amico Aman.
Libro XI:244 - 10. Il re glielo promise; e Aman andò tutto lieto che lui solo fosse stato giudicato degno di cenare col re da Esther, poiché nessun altro aveva mai avuto un tale onore dai re. Ma, allorché nell'atrio vide Mordecai, rimase altamente indignato che Mordecai non gli desse alcun segno d'onore, nel vederlo.
Libro XI:245 E, ritornato a casa, chiamò Zarasa, sua moglie, e i propri amici, e alla loro presenza parlò degli onori ricevuti non solo dal re, ma anche dalla regina; quel giorno, asseriva, aveva cenato nel palazzo di lei solo con il re ed era stato ancora invitato per il giorno seguente.
Libro XI:246 Aggiunse pure che non gli era piaciuto vedere nell'atrio il giudeo Mordecai. Allora la moglie, Zarasa, gli disse di ordinare che fosse abbattuto un albero alto sessanta cubiti, e alla mattina del giorno dopo ottenere dal re la licenza di mettere in croce Mordecai; il piano gli piacque, e ordinò ai suoi servi di preparare il patibolo e di innalzarlo nell'atrio per punire Mordecai.
Libro XI:247 E così fu fatto. Ma Dio irrideva le maligne aspettative di Aman, e sapendo quello che stava per accadere, gioiva dell'evento. In quella notte, infatti, egli privò il re del sonno,
Libro XI:248 e, siccome non voleva perdere in modo ozioso le ore di veglia, ma servirsene per qualcosa che fosse importante per il regno, ordinò al suo scriba di portargli e leggergli le memorie dei re passati e quelle delle proprie gesta.
Libro XI:249 Fu così che, una volta portate a letto (le memorie) si trovò che per il suo coraggio un uomo, del quale era scritto anche il nome, aveva ricevuto una terra; che un altro per la sua lealtà aveva ricevuto un dono; giunse anche a Bagathoo e Theodeste, gli eunuchi che avevano congiurato contro il re, dei quali l'aveva informato Mordecai.
Libro XI:250 Lo scriba, letto questo, era in procinto di passare a un'altra narrazione, quando il re lo fermò domandandogli se non era scritto che a quest'uomo era stata data una ricompensa; ricevuta la risposta che non c'era scritto nulla, il re gli disse di fermarsi e domandò chi ne aveva l'incombenza, e che ora della notte fosse.
Libro XI:251 Saputo che era già mattino, ordinò di annunziargli se qualcuno dei suoi amici era già in attesa nell'anticamera; avvenne, per caso, che vi fosse Aman: era venuto prima dell'ora stabilita per presentargli la richiesta di morte per Mordecai.
Libro XI:252 Così, quando gli attendenti gli dissero che nell'anticamera c'era Aman, ordinò di farlo entrare; giunto gli disse: “Sapendo che tu sei il solo amico che mi è leale, ti prego di suggerirmi come posso onorare una persona a me oltremodo cara, che reputo degna della mia magnanimità”.
Libro XI:253 Aman, pensando che il consiglio che doveva dare sarebbe tornato in suo favore, poiché solo lui era amato dal re, gli suggerì il consiglio che riteneva migliore di tutti; si espresse, infatti, così:
Libro XI:254 “Se l'uomo che dici di amare, tu vuoi coprire di gloria, fallo salire su di un cavallo indossando i tuoi stessi abiti, con al collo un monile d'oro, sia preceduto da uno dei tuoi amici più stretti, gridando per tutta la città che tale è l'onore reso dal re a colui che vuole onorare”.
Libro XI:255 Tale fu dunque il consiglio che Aman propose, credendo che questa ricompensa fosse per lui. Ma al re piacque il consiglio e disse: “Tu hai il cavallo e l'abito e la catena, e vai in cerca del giudeo Mordecai, dagli tutto questo e cammina innanzi al suo cavallo gridando, disse, siccome (tu sei) il mio amico più stretto, spetta a te l'esecuzione del buon consiglio che hai dato. Questa sarà per lui la nostra ricompensa per avere egli salvata la mia vita”.
Libro XI:256 Quando Aman udì queste parole contrarie a tutte le sue aspettative, abbattuto di spirito, sgomento e solo, uscì, prese il cavallo, la porpora e il monile d'oro e, trovato Mordecai vestito di sacco davanti all'atrio, gli ordinò di togliersi quello e di indossare la veste di porpora.
Libro XI:257 Non conoscendo il vero stato delle cose e pensando d'essere sbeffeggiato, disse: “O peggiore di tutti gli uomini, così ti fai gioco delle nostre disavventure?”. Ma quando lo convinse che questo era una ricompensa che gli
faceva il re per avergli salvato la vita svelandogli la congiura ordita dagli eunuchi, indossò la porpora che abitualmente portava il re, pose al collo la collana
Libro XI:258 e, salito sul cavallo, andò in giro per la città preceduto da Aman che gridava che questa era la ricompensa data dal re a colui che ama e reputa degno di onore.
Libro XI:259 Compiuto il giro della città, Mordecai si recò dal re, mentre Aman, in disgrazia, si recò a casa piangendo e riferì alla moglie e agli amici quanto era avvenuto; e costoro gli dissero che ormai era incapace di vendicarsi di Mordecai: Dio era, infatti, con lui.
Libro XI:260 - 11. Stavano ancora parlando di queste cose, quando giunsero gli eunuchi di Esther per invitare Aman a recarsi senza indugio alla cena.
Libro XI:261 Ma Sabuchada, uno degli eunuchi, vista la croce che era stata innalzata nella casa di Aman e preparata per Mordecai, domandò a uno dei domestici per chi l'avevano preparata e, saputo che era per lo zio della regina, per il momento tacque.
Libro XI:262 Quando il re stava cenando con Aman, domandò alla regina quale regalo desiderasse ottenere da lui, assicurandola che avrebbe ottenuto quanto desiderava; lei allora incominciò a lamentare il pericolo nel quale si trovava il suo popolo e affermò che anche lei si trovava destinata a perire con la sua nazione, si rivolgeva perciò a lui per questi argomenti;
Libro XI:263 e aggiunse che non avrebbe voluto turbarlo qualora avesse ordinato che essi fossero venduti a una più dura schiavitù, che sarebbe un male tollerabile, e supplicava di sottrarla a questa calamità.
Libro XI:264 Il re l'interrogò da chi fosse venuto tutto questo, e a lei non rimase altro che incolpare apertamente Aman; e mostrò che nella sua malvagità aveva ordito una congiura contro di loro.
Libro XI:265 Turbato per questa affermazione, il re si alzò dalla sala del banchetto e se ne andò nel giardino, e Aman si volse a Esther pregandola e supplicandola di perdonare le sue offese, perché ora constatava di trovarsi in seri guai; intanto si era appoggiato sul letto della regina, e la stava supplicando, quando rientrò il re e ancor più incollerito a tale vista, esclamò: “O bassissimo uomo, cerchi ora di insidiare mia moglie?”.
Libro XI:266 Aman, stupito, fu incapace di articolare parole; ma allora giunse l'eunuco Sabuchada e accusò Aman dicendo di avergli trovato in casa una croce preparata per Mordecai: questo gli aveva detto un domestico, da lui interrogato allorché era andato da Aman per invitarlo alla cena; e la croce, disse, era alta sessanta cubiti.
Libro XI:267 Udito questo, il re decise di non infliggere a Aman altro castigo che quello da lui preparato contro Mordecai, e diede ordine di appenderlo immediatamente a quella stessa croce fino alla morte.
Libro XI:268 E qui sono indotto ad ammirare la Divinità e riconoscere la Sua sapienza e la Sua giustizia, poiché non solo punì la malvagità di Aman, ma il castigo che aveva preparato contro un altro, Egli lo fece cadere su di lui, Aman, offrendo agli altri un'opportunità di imparare a conoscere che qualsiasi danno l'uomo architetta contro un altro, senza avvedersene, lo prepara contro di sé.
Libro XI:269 - 12. Aman, in tal modo, fu distrutto, avendo abusato in maniera irragionevole della sua posizione d'onore presso il re; quanto ai suoi averi, il re li diede in dono alla regina. In seguito il re convocò Mordecai, Esther gli aveva rivelato la sua parentela con lui, e gli consegnò l'anello che una volta aveva dato ad Aman.
Libro XI:270 Anche la regina diede in dono a Mordecai i possedimenti di Aman, e supplicò il re di liberare i Giudei dal timore per la loro vita, dopo che gli ebbe mostrato la lettera inviata in tutta la regione da Aman, figlio di Amadatho; disse, infatti, che qualora fosse distrutta la sua terra natia e periti i suoi compatrioti, non avrebbe retto di vivere.
Libro XI:271 Perciò il re l'assicurò che nulla si sarebbe fatto di rincrescevole per lei, né nulla sarebbe accaduto contro i suoi desideri; e il re le ordinò di scrivere in nome del re quanto era di suo gradimento riferito ai Giudei, di contrassegnarlo col suo sigillo e bandirlo in tutto il regno. E, infatti, disse, coloro che leggeranno le lettere contrassegnate dal sigillo reale, non si opporranno in alcun modo a quanto in esse sta scritto.
Libro XI:272 Chiamati, dunque, gli scribi reali, ordinò loro di scrivere in favore dei Giudei agli amministratori e governatori delle centoventisette satrapie dall'India all'Etiopia. Le lettere erano scritte come segue.
Libro XI:273 “Il grande re Artaserse ai governatori e a quanti ci sono amici, salute. A motivo della grandezza dei benefici e dell'onore di cui godono per l'ampia bontà di coloro che li concedono, molti non solo opprimono gli inferiori,
Libro XI:274 ma non esitano ad abusare persino verso i loro benefattori, così mettono fine alla gratitudine tra gli uomini e nella loro assenza di riconoscenza per le benedizioni da fonti insospettate, volgono la loro insolenza contro coloro che le elargiscono, e così facendo pensano di potere eludere la Divinità, e sfuggire al Suo castigo.
Libro XI:275 Alcuni poi di costoro alla cui lealtà, dai loro amici, è affidata l'amministrazione del governo, per l'odio privato portato verso certuni, con menzognere accuse e calunnie, stravolgono la mente ai capi e li inducono a guardare con occhio sdegnato persone innocenti, le quali, per questo, furono nel rischio di andare in rovina.
Libro XI:276 Questo stato di cose esiste, non lo sappiamo perché ne abbiamo sentito parlare dalle storie antiche, ma lo conosciamo dagli eventi che accadono sotto i nostri occhi, per cui mai più in futuro abbiamo da prestare orecchio a calunnie, ad accuse, ad argomenti che altri ci proponga al fine di persuaderci; si deve, invece, giudicare da quanto personalmente sappiamo essere avvenuto, e se necessario, punire, e quando è il caso premiare tenendo presente i fatti e non quel che la gente dice.
Libro XI:277 Come nel caso presente Aman, figlio di Amadatho, di stirpe amalecita, uno straniero non di sangue persiano, che ebbe da noi ospitalità e ha goduto della bontà che noi abbiamo verso tutti, che coll’andare del tempo fu chiamato mio padre e il popolo si prostrava di continuo davanti a lui e da tutti riceveva onori regali, secondo solo a noi, non poté reggere saggiamente questa buona fortuna, né seppe amministrare con prudenza e con la ragione l'abbondanza della sua prosperità,
Libro XI:278 ma ha congiurato per privare me, l'autore della sua autorità del mio regno e della mia vita, ingannando e domandando proditoriamente la morte di Mordecai, mio benefattore e salvatore ed Esther partecipe della mia vita e del trono. In tal modo intendeva privarmi degli amici più fedeli e trasferire ad altri la mia regalità.
Libro XI:279 Ora io, ben sapendo che i Giudei condannati a perire da questo uomo infame, non sono malvagi, si governano con ottime leggi, e servono Dio il quale conservò il regno sia a me che ai nostri antenati, non solo li sottraggo ai
supplizi a loro destinati secondo le lettere inviate da Aman, che voi farete bene a non seguire,
Libro XI:280 ma è ancora mio volere che a loro sia riservato ogni onore; io ho crocifisso, insieme con la sua famiglia, colui che ha ordito tali cose contro di loro, davanti alle porte di Susa, perché Dio, che tutto vede, portò questo castigo contro di lui.
Libro XI:281 Inoltre vi ordino che copia di questa lettera sia esposta in tutto il regno e che ai Giudei sia permesso di vivere in pace secondo le loro proprie leggi, e di aiutarli a vendicarsi contro quelli che agirono contro di essi nel tempo della loro sfortuna: e ciò avverrà in un medesimo giorno, cioè il giorno tredici del dodicesimo mese, che è Adar.
Libro XI:282 Perché Dio lo fece un giorno di salvezza per loro, invece che un giorno di distruzione. Sia un giorno buono per coloro che sono ben disposti verso di noi, ma un giorno (che ricordi il) castigo che sovrasta quanti congiurarono contro di noi.
Libro XI:283 Voglio, inoltre, che ogni città e ogni nazione sappia che se disobbedisce a qualcuno degli ordini qui scritti, sia eliminato col fuoco e con la spada; questa lettera perciò sarà resa pubblica nell'intera regione a noi soggetta, ed essi si prepareranno per il giorno indicato a scagliarsi con ogni mezzo contro i loro nemici”.
Giorni di sterminio
Libro XI:284 - 13. I cavalieri che avevano il compito di recare dappertutto le lettere si posero in cammino senza indugio e percorsero la strada tracciata per loro. Dopo che Mordecai indossò l'abito regale, e in capo la corona d'oro, e al collo la collana, si fece avanti, e, quando i Giudei residenti a Susa constatarono quanto era onorato dal re, considerarono la sua fortuna come comune.
Libro XI:285 Allorché fu pubblicata la lettera del re, gioia e luce di salvezza si diffuse sui Giudei di città come su quelli delle province, tanto che molti uomini di altre nazioni, per paura dei Giudei, si circoncisero cercando così di sfuggire al pericolo.
Libro XI:286 E, infatti, i portatori della lettera del re avevano bandito che al tredicesimo giorno del dodicesimo mese, detto dagli Ebrei Adar e dai Macedoni
Dystro, quelli dovevano eliminare i loro nemici, in quello stesso giorno nel quale loro stessi erano stati posti sotto pericolo;
Libro XI:287 perciò i capi di satrapie, i tiranni, e gli scribi reali, presero a onorare i Giudei, perché il timore di Mordecai li obbligava a un comportamento prudente.
Libro XI:288 E allorché la lettera del re fu bandita in tutta la regione a lui soggetta, i Giudei di Susa uccisero circa cinquemila loro nemici.
Libro XI:289 Il re informò Esther sul numero di coloro che erano stati uccisi in città, e quando affermò che era incerto l'accaduto nelle province, le chiese se voleva ancora qualcos'altro da lui: le sarebbe accordato: lei rispose che ai Giudei fosse concesso di comportarsi nello stesso modo contro quei loro nemici ancora rimasti e di crocifiggere i dieci figli di Aman.
Libro XI:290 Il re, non volendo opporsi a Esther in nulla, comandò ai Giudei di agire così; e nel quattordicesimo giorno del mese di Dystro si radunarono e uccisero trecento dei loro nemici, ma lasciarono intatto ogni loro avere.
Libro XI:291 Nelle province e in altre città i Giudei uccisero cinquemila dei loro nemici; questi furono uccisi il tredici del mese e nel giorno appresso celebrarono una festa. Similmente fecero i Giudei in Susa:
Libro XI:292 si radunarono insieme per una festa il giorno quattordici e il giorno seguente dello stesso mese. Di qui il motivo per cui anche oggi tutti i Giudei della ecumene, in questi giorni fanno festa e si inviano l'un l'altro porzioni di vivande.
Festa dei purim
Libro XI:293 Mordecai, poi scrisse a tutti i Giudei che abitavano nel regno di Artaserse dicendo che osservassero questi giorni, li ritenessero come giorni festivi e li tramandassero ai loro discendenti affinché la festività rimanesse per sempre e non andasse in disuso per dimenticanza.
Libro XI:294 Poiché questi giorni erano stati indicati da Aman per la loro distruzione, ma ne erano scampati e si erano pure vendicati dei loro nemici, avrebbero dunque fatto bene a osservarli, ringraziandone Dio.
Libro XI:295 E’ per questo motivo che i Giudei festeggiano i giorni su menzionato, che essi chiamano Fruraioi. Mordecai era uomo grande e illustre agli occhi del re, partecipava con lui all'autorità regia, e allo stesso tempo aveva la gioia di una comunione di vita con la regina.
Libro XI:296 E per opera loro che la condizione dei Giudei era migliore di quanto potevano desiderare. Tali dunque furono gli avvenimenti che ebbero luogo durante il regno di Artaserse.
Profanazione del tempio
Libro XI:297 - VII, I. - Alla morte del sommo sacerdote Eliasib gli successe il figlio Joda nel sommo sacerdozio; e quando egli morì, il suo ufficio lo assunse Joanne, suo figlio, e fu a causa sua che Bagose, generale del (secondo) Artaserse profanò il tempio e impose ai Giudei un tributo: prima dell'offerta dei sacrifici quotidiani, dal pubblico tesoro dovevano pagare cinquanta dracme per ogni agnello.
Libro XI:298 La motivazione è la seguente. Joanne aveva un fratello di nome Gesù, e Bagose, del quale era amico, gli promise di dare a lui il sommo sacerdozio.
Libro XI:299 Forte di questa promessa, Gesù litigò con Joanne nel tempio e lo provocò al punto che, incollerito, lo uccise. Che Joanne fosse giunto a un atto così empio contro suo fratello mentre compiva il culto sacerdotale, era piuttosto terribile, ma il più terribile è che un'azione così selvaggia ed empia non fu mai compiuta né tra i Greci né tra i barbari.
Libro XI:300 E la Divinità non rimase indifferente: fu per questo motivo che il popolo perse la libertà e il tempio fu profanato dai Persiani. Ora, quando Bagose, il generale di Artaserse, seppe che Joanne, sommo sacerdote dei Giudei, aveva ucciso suo fratello Gesù nel tempio, convocò subito i Giudei e, pieno d'ira, iniziò a dire: “Avete osato commettere un omicidio nel vostro tempio”.
Libro XI:301 Ma quando tentò di entrare nel tempio, cercarono di respingerlo perciò disse loro: “Non sono, forse, io più puro di colui che fu ucciso nel tempio?”. E, pronunciate queste parole, entrò nel tempio. Questo, dunque, è il pretesto di cui Bagose si servì per pesare sui Giudei per sette anni a motivo della morte di Gesù.
Manasse e i Samaritani
Libro XI:302 - 2. Quando la vita di Joanne venne a mancare, nel sommo pontificato, gli successe il figlio Jaddo. Anche questo aveva un fratello di nome Manasse, al quale Sanaballete, inviato in Samaria come satrapo da Dario, l'ultimo re (dei Persiani) e di stirpe Chuthea, la stessa d'onde discendono anche i Samaritani,
Libro XI:303 saputo che Gerusalemme era una città famosa e che i suoi re avevano dato molto fastidio agli Assiri e agli abitanti della Cele-Siria, diede volentieri in sposa una sua figlia, di nome Nicaso, in quanto sperava che questa alleanza per mezzo di un matrimonio sarebbe stata una garanzia di buona volontà per l'intera nazione giudaica.
Alessandro conquista l'Asia Minore
Libro XI:304 - VIII, I. - Intorno a questo tempo Filippo, re dei Macedoni, morì a Egea, assalito insidiosamente da Pausania, figlio di Keraste della stirpe degli Orestei.
Libro XI:305 Gli succedette nel regno il figlio Alessandro, che, passato l'Ellesponto, sconfisse i generali di Dario nella battaglia di Granico; invase poi la Lidia e, dopo avere soggiogato la Jonia, soggiogò la Caria e si gettò sulla regione della Panfilia, come è detto altrove.
Problemi dei Samaritani
Libro XI:306 - 2. Ora gli anziani di Gerusalemme vedevano malvolentieri il fatto che un fratello del sommo sacerdote Jaddo avesse parte al sommo sacerdozio perché aveva sposato una straniera, e insorsero contro di lui,
Libro XI:307 considerando questo matrimonio un trampolino per quanti potevano desiderare di trasgredire le leggi a proposito delle mogli e l'inizio della comunione con stranieri.
Libro XI:308 Perciò pensavano che la loro trascorsa prigionia e le sventure passate fossero state causate da alcuni che avevano sbagliato sposando e prendendo mogli non della regione. Per questo ordinarono a Manasse di divorziare dalla moglie oppure di non avvicinarsi all'altare.
Libro XI:309 E, visto che il sommo sacerdote partecipava alla indignazione del popolo, allontanò dall'altare il fratello, Manasse se ne andò da suo suocero Sanaballete affermando che aveva un grande amore per sua figlia Nicaso; tuttavia, siccome l'ufficio sacerdotale era il più alto ed era sempre appartenuto alla sua famiglia, egli perciò non voleva esserne privato per causa sua.
Libro XI:310 Sanaballete gli promise non solo di conservargli il sacerdozio, ma anche di procurargli il potere e l'ufficio di sommo sacerdote e di designarlo governatore di tutti i luoghi ai quali si estendeva la sua autorità, purché egli seguitasse a vivere con sua figlia; e affermò che avrebbe edificato un tempio sul Monte Garizin, che è il monte più alto vicino a Samaria, come quello di Gerusalemme: e iniziò ad attuare queste cose, con l'assenso del re Dario.
Libro XI:311 Sostenuto da tali promesse, Manasse restò con Sanaballete credendo che avrebbe ottenuto da Dario il sommo pontificato come regalo perché Sanaballete era ormai invecchiato.
Libro XI:312 E siccome erano molti i sacerdoti e gli Israeliti implicati in matrimoni del genere, in Gerusalemme sorse una grande confusione, perché tutti costoro si rifugiavano da Manasse, e Sanaballete li riforniva di denaro e di terra da coltivare, assegnando loro i luoghi nei quali abitare, industriandosi in ogni modo di conquistarne entusiasticamente il favore per suo genero.
Attesa dei Samaritani della disfatta di Alessandro
Libro XI:313 - 3. In questo tempo, Dario, sentito che Alessandro aveva passato l'Ellesponto, sgominato i suoi satrapi nella battaglia del Granico, e stava avanzando, radunò un esercito di cavalieri e di fanti, deciso a incontrare i Macedoni prima che avanzassero a conquistare tutta l'Asia.
Libro XI:314 Passato, dunque, il fiume Eufrate e attraversato il Tauro, monte della Cilicia, si attestò a Isso in Cilicia, nell'intento di dar loro battaglia qui.
Libro XI:315 Allora Sanaballete, lieto per la venuta di Dario, disse a Manasse che avrebbe adempiuto le sue promesse non appena sarebbe ritornato Dario dopo avere respinto il nemico; non solo lui, ma tutti gli abitanti dell'Asia erano convinti che i Macedoni non avrebbero neppure attaccato, visto il grande numero dei Persiani.
Libro XI:316 I fatti, però, andarono al contrario di quello che essi si aspettavano: poiché il re attaccò i Macedoni e fu battuto, perdette gran parte dell'esercito, sua madre e la moglie e i figli caddero prigionieri, ed egli fuggì in Persia.
Libro XI:317 Alessandro passò in Siria, prese Damasco, divenne padrone di Sidone e strinse d'assedio Tiro; da lì inviò una lettera al sommo sacerdote dei Giudei con la richiesta di inviargli aiuto, provviste per il suo esercito e di mandare a lui i doni che prima mandavano, come tributo a Dario, scegliendo così l'amicizia dei Macedoni, della quale, disse, non avrete a pentirvi.
Libro XI:318 A quelli che portavano la lettera, il sommo sacerdote rispose di avere prestato giuramento a Dario, di non prendere le armi contro di lui, e aggiunse che mai avrebbe violato il giuramento fino a quando Dario era vivo.
Libro XI:319 Udito ciò, Alessandro montò in collera: decise di non abbandonare Tiro, ormai sul punto d'essere espugnata, e minacciò che, portato a termine l'assedio, sarebbe andato contro il sommo sacerdote dei Giudei, mostrando a tutti gli uomini quale fosse il popolo verso il quale si deve mantenere il giuramento;
Libro XI:320 perciò incalzò più decisamente l'assedio e si impadronì di Tiro. Dato ordine agli affari, avanzò contro la città di Gaza e la assediò insieme al comandante della guarnigione che vi era, di nome Babeme.
Libro XI:321 - 4. Sanaballete ritenne che fosse giunta l'occasione favorevole per attuare i suoi disegni, abbandonò la causa di Dario e, con ottomila persone del luogo sotto il suo comando, andò da Alessandro: lo trovò che dava inizio all'assedio di Tiro e gli disse che poneva sotto la sua sovranità le località sulle quali comandava, località che accettavano volentieri il suo dominio in luogo di quello del re Dario.
Libro XI:322 Siccome Alessandro lo accolse amichevolmente, Sanaballete provò fiducia in merito ai propri disegni e gliene parlò spiegando che aveva un genero Manasse, fratello di Jaddo, sommo sacerdote dei Giudei, e che vi erano, con lui, molti altri della stessa nazione, che ora desideravano innalzare un tempio nel territorio a lui soggetto.
Libro XI:323 Era anche a vantaggio del re, disse, che la forza dei Giudei fosse divisa in due, di modo che la nazione, in una eventuale rivoluzione, non trovasse
unità di intenti e si accordasse, dando così fastidio ai re, come avvenne in passato ai governatori assiri.
Alessandro approva il tempio dei Samaritani
Libro XI:324 Quando Alessandro gli diede l'assenso, Sanaballete indirizzò tutta la sua energia al supporto e all'erezione del tempio e designò Manasse come sommo sacerdote, stimando che fosse questa la più grande distinzione che potessero avere i discendenti di sua figlia.
Libro XI:325 Ma, trascorsi sette mesi dall'assedio di Tiro e due da quello di Gaza, Sanaballete morì, e Alessandro, conquistata Gaza, si affrettò a salire alla città di Gerusalemme.
Libro XI:326 Il sommo sacerdote Jaddo non appena lo seppe, provò angoscia e paura, non sapendo come poteva incontrare i Macedoni, il cui re era in collera a motivo della sua precedente disobbedienza. Perciò diede ordine al popolo di innalzare suppliche e, in pari tempo, offrire sacrifici a Dio, scongiurandolo di proteggere la nazione e liberarla dai pericoli che la sovrastavano.
Libro XI:327 Ma allorché, dopo il sacrificio, andò a dormire, Dio gli parlò nel sonno, a mo' di oracolo, dicendogli di farsi coraggio, di addobbare a festa la Città, di aprire le porte, di uscire fuori a incontrarli e che il popolo indossasse vesti bianche, egli e i sacerdoti indossassero gli abiti prescritti dalla legge e non temessero alcun rischio perché Dio vegliava su di essi.
Libro XI:328 Egli allora si alzò dal sonno pieno di gioia, annunziò a tutti la rivelazione che gli era stata fatta, adempì tutte le cose che gli erano state prescritte, e attese l'arrivo del re.
Alessandro saluta il sommo sacerdote;
sogno di Alessandro
Libro XI:329 - 5. Quando seppe che Alessandro non era lontano dalla Città, uscì con i sacerdoti e la folla dei cittadini, e lo accolse in maniera diversa da quella delle altre nazioni, l'incontrò in un certo luogo chiamato Safein. Questo nome, tradotto in lingua greca, significa “Guarda!”. Perché di là si può vedere Gerusalemme e il Tempio.
Libro XI:330 Ora i Fenici e i Caldei ritenevano che il re, incollerito, avrebbe naturalmente concesso loro di saccheggiare la Città e dare una morte ignobile al sommo sacerdote, ma accadde proprio il contrario.
Libro XI:331 Poiché, quando Alessandro, ancora lontano, vide la folla in abiti bianchi, i sacerdoti in capo a loro con vesti di lino e il sommo sacerdote indossante un abito di giacinto e oro, e sul capo la mitra con sopra la placca d'oro sulla quale era inciso il nome di Dio, si avvicinò da solo, si prostrò davanti al Nome e per primo salutò il sommo sacerdote.
Libro XI:332 Poi, insieme, tutti i Giudei, a una sola voce, salutarono Alessandro e lo circondarono; a questa mossa i re di Siria e gli altri rimasero stupefatti sospettando che il re avesse perso il senno;
Libro XI:333 allora Parmenio gli si accostò tutto solo e l'interrogò perché mai, mentre tutti gli uomini si prostrano davanti a lui, egli si è prostrato davanti al sommo sacerdote dei Giudei: “Non è davanti a lui, rispose, ch'io mi sono prostrato, ma davanti al Dio del quale egli ha l'onore di essere il sommo sacerdote;
Libro XI:334 è lui, infatti, ch'io vidi in sogno, con quello stesso vestito che indossa ora, quando ero a Dium in Macedonia; allorquando mi interrogavo come potevo diventare padrone dell'Asia, egli mi spinse a non indugiare, ma passare con fiducia perché Egli avrebbe guidato il mio esercito e mi avrebbe consegnato l'impero dei Persiani.
Libro XI:335 Siccome finora non ho visto nessuno vestito con tali abiti, ora, vedendo lui, mi sono ricordato della visione e dell'invito, ritengo di avere compiuto la presente spedizione sotto una guida divina e che sconfiggerò Dario e distruggerò il potere dei Persiani e avrò successo nel realizzare tutte le cose che ho in mente”.
Sacrifici di Alessandro al tempio di Gerusalemme
Libro XI:336 Dette queste parole a Parmenio, diede la mano al sommo sacerdote, ed entrò in Città con i Giudei che correvano ai suoi fianchi. Salì poi al santuario e offrì sacrifici a Dio sotto la direzione del sommo sacerdote e rese i dovuti onori al sommo sacerdote e ai sacerdoti.
Libro XI:337 E quando gli si mostrò il libro di Daniele ove (il profeta) rivelava che un Greco avrebbe distrutto l'impero dei Persiani, ravvisò se stesso nella persona indicata; e colmo di gioia, per il momento congedò la folla, ma nel giorno appresso la convocò di nuovo e disse che chiedessero qualunque regalo desiderassero.
Libro XI:338 Quando il sommo sacerdote gli chiese che essi potessero osservare le leggi della loro patria e al settimo anno li esentasse dai tributi, egli concesse ogni cosa. Dopo supplicarono affinché volesse concedere che anche i Giudei di Babilonia e della Media vivessero conforme alle proprie leggi: ed egli, volentieri, concesse loro ogni cosa richiesta.
Libro XI:339 Avendo egli detto alla folla che se qualcuno bramasse aggiungersi al suo esercito, salve le consuetudini della propria patria, egli era pronto ad accoglierli: molti accettarono volentieri il servizio (militare).
I Samaritani e Alessandro
Libro XI:340 - 6. Regolati questi affari a Gerusalemme, Alessandro proseguì la marcia contro le città vicine. Tutti i popoli lo accolsero con animo amico; perciò i Samaritani, la cui metropoli a quell'epoca, era Sichem, situata ai piedi del Monte Garizin, abitata da apostati della nazione giudaica, visto che Alessandro aveva onorato i Giudei in modo così distinto, decisero di dichiararsi Giudei.
Libro XI:341 Poiché così è la natura dei Samaritani, come abbiamo narrato sopra altrove. Quando i Giudei si trovano in difficoltà, negano di avere con essi qualsiasi vincolo di parentela, e allora dicono il vero, ma quando vedono che un pizzico di buona fortuna li innalza a qualche splendore, subito si aggrappano a qualche legame, affermando di avere con essi relazioni che risalgono a Efraim e Manasse, discendenti di Giuseppe.
Libro XI:342 Così, allora, fu con molta magnificenza e facendo mostra di grande riguardo verso di lui che andarono a incontrare il re quando era appena fuori di Gerusalemme. E quando Alessandro li lodava, i Sichemiti gli si avvicinarono e, prendendo (come intercessori) i soldati che gli aveva già inviato Sanaballete, lo pregarono di venire nella loro città e onorare il santuario che vi era anche lì.
Libro XI:343 Egli promise che ci sarebbe andato al suo ritorno; ma quando gli chiesero di condonare loro il tributo ogni settimo anno, affermando che non seminavano, egli domandò chi erano per avanzare una simile richiesta.
Libro XI:344 Quando risposero che erano Ebrei, ma erano detti Sidonii di Sichem, domandò nuovamente se erano Giudei; risposero di no, lui allora replicò: “Ma tali privilegi li ho già dati ai Giudei. Tuttavia al mio ritorno, avrò da voi notizie più precise, e provvederò per il meglio”. Con queste parole congedò i Sichemiti.
Libro XI:345 Ma ai soldati di Sanaballete ordinò di accompagnarlo in Egitto; là, disse, avrebbe sorteggiato dei terreni per loro; e questo lo fece di lì a poco nella Tebaide, affidando loro la guardia di questo territorio.
Giudei apostati si associano ai Samaritani
Libro XI:346 Quando Alessandro Morì, il suo impero fu diviso tra i suoi successori; e il tempio innalzato sul Monte Garizin rimase in piedi. A Gerusalemme, se qualcuno veniva accusato di mangiare cibi impuri, di violare il Sabbato o di commettere mancanze di questo genere, si rifugiava presso i Sichemiti, affermando di essere stato espulso ingiustamente.
Libro XI:347 A quel tempo era morto anche il sommo sacerdote Jaddo, e nel sommo sacerdozio gli era succeduto il figlio Onia. Questo era lo stato di cose nel quale a quel tempo si trovavano i Gerosolimitani.